Psicologia clinica e della salute per adolescenti, giovani adulti e adulti, 
Psicologia motivazionale & Life Coaching (Diet & Sport coaching) 
Neuropsicologia anziani con disturbi cognitivo-neurologici.

Dr.ssa Silvia Colizzi, Psicologa 

+ 39 3664126422 Bergamo- Milano

Articoli e recensioni

In questa sezione sono pubblicati diversi miei lavori, articoli o recensioni scritti in questi anni di formazione. 

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Parkinson Disease e Trattamenti Non-Farmacologici

Pubblicato il 13 febbraio 2017 alle 07.40 Comments commenti (0)

La Malattia di Parkinson è una patologia neurodegenerativa che colpisce il SNC (Sistema Nervoso Centrale) ed è caratterizzata principalmente dalla degenerazione di alcune cellule nervose situate in una zona profonda del cervello denominata “substantia nigra”. Queste cellule producono la dopamina, sostanza (neurotrasmettitore) che trasmette messaggi ai neuroni in altre zone del cervello e che è indispensabile per il controllo dei movimenti di tutto il corpo.

Il decorso della malattia di Parkinson incontra diverse fasi. Queste si possono riassumere nel modo che segue:

- esordio con i primi sintomi, tra i quali tremore a riposo, rigidità muscolare, bradicinesia (lentezza e povertà di movimenti), postura curva e andatura impacciata;

- diagnosi, con visita Neurologica e Tecniche di Neuroradiologia;

- terapia (definita anche fase di “luna di miele", in quanto per moltissimi anni il paziente può giovare di un elevato controllo della sintomatologia con la terapia farmacologica);

- complicazioni da Levodopa (vi sono complicazioni diverse da paziente a paziente);

- DBS (stimolazione cerebrale profonda), intervento chirurgico che si può ritenere necessario in alcuni casi di gravi tremori);

- declino cognitivo, le funzioni cognitive prima non inficiate, quali il linguaggio, l'attenzione e altre funzioni possono divenire deficitarie nelle fasi avanzate.

 

I limiti del trattamento della M. di Parkinson sono essenzialmente legati al fatto che, non esistendo ancora una cura, esso sia mirato fondamentalmente al miglioramento dei sintomi. Inoltre, il beneficio sintomatico della levodopa è temporaneo, perché vi è un processo noto come “wearing-off” che porta alla necessità di aumentare sia la dose farmacologica sia il numero di somministrazioni, per far sì che il paziente continui a beneficiare del trattamento.

Altri limiti del trattamento sono legati all’eterogeneità delle complicanze che subentrano nella fase avanzata della malattia.A tal proposito, uno studio pubblicato dal “Sidney Multicenter Study of Parkinson’s Disease” (2009), ha riportato i seguenti dati su pazienti con P. avanzato:

•l’87% dei pazienti era caduto almeno una volta;

•l’87% dei pazienti presentava declino cognitivo o demenza;

•l’81% manifestava freezing (interruzione della marcia).

Cosa fare dunque nei lunghi anni di malattia, per questi pazienti. Senza dubbio sono di notevole efficacia i trattamenti non farmacologici quali:

•fisioterapia;

•logopedia;

•neuropsicologia

Più specificatamente ai pazienti parkinsoniani, in aggiunta alla terapia farmacologica, viene prescritta la fisioterapia, finalizzata alla riduzione delle complicazioni secondarie alla ridotta mobilità (es. restrizioni muscolo-tendinee, osteoporosi, alterazioni cardio-respiratorie), all’ottimizzazione delle residue capacità funzionali e alla compensazione delle attività deficitarie (ri-apprendimento motorio).

Viene regolarmente prescritta anche la logopedia, la quale aiuta il paziente nel migliorare la produzione del linguaggio inficiata dal deficit motorio che coinvolge spesso anche la muscolatura bucco-facciale ed eventuali disturbi nella deglutizione (disfagia).

Viene consigliato, ma raramente “prescritto”, il trattamento neuropsicologico Esso viene spesso condotto solo all’interno dei reparti di neurologia specializzati. Sarebbe utile continuare a seguire il paziente anche al di fuori del regime di ricovero, in quanto la neuropsicologia utilizza esercizi carta-matita o computerizzati sulle funzioni deficitarie per riabilitarle e su quelle nella norma per mantenerle ed eventualmente rinforzarle, al fine che compensino le difficoltà.

La neuropsicologia sfrutta la capacità di plasticità cerebrale, cioè la possibilità di un cervello anche adulto di modificarsi a livello anatomico e funzionale sulla base di adeguate stimolazioni ambientali (nel nostro caso con esercizi cognitivi).

Alla domanda: “la malattia di Parkinson può essere modificata in qualche modo dall’attività riabilitativa?” la letteratura scientifica oggi mostra diverse evidenze di come l’attività fisica e la stimolazione neuro-cognitiva (quella svolta senza ausilio di macchinari medicali o intervento chirurgico) svolgano una funzione neuro-protettiva sulla degenerazione dopaminergica, rallentando il decorso della patologia.

Il rapporto tra gruppo sanguigno e alimentazione. Un'interessante relazione genetico-biologica. Articolo scritto a due mani per il sito del Pt Virginio Filippi (2011)

Pubblicato il 24 aprile 2015 alle 15.30 Comments commenti (0)


Il sangue e la sua ‘storia’.

Il gruppo sanguigno dell’individuo è geneticamente determinato/ereditato alla nascita e presenta contributi da entrambi i genitori, che viene classificato tramite la presenza o l'assenza di antigeni sulla superficie dei globuli rossi (specie di antenne che sporgono sulla superficie delle cellule, formati a loro volta da uno stelo di supporto composto da molecole di zucchero e da un’estremità che funge da ricevente-trasmittente). Questi antigeni possono essere proteine, carboidrati, glicoproteine o glicolipidi dipendenti dal sistema di classificazione usato e alcuni di questi antigeni sono presenti anche sulla superficie di altri tipi di cellule di vari tessuti. La loro sensibilità è tale da garantire un efficiente e vigile sistema d’allarme.

Fino al 1901 si ignorava l'esistenza dei gruppi sanguigni. Gli studi di Karl Landsteiner hanno portato dapprima alla suddivisione del sangue nei vari gruppi sanguigni del sistema AB0 e successivamente, alla scoperta di altri fattori che distinguono i diversi tipi di sangue, quale ad esempio il fattore Rhesus (RH).

Nella storia della medicina si evidenziarono due principali antigeni sulle membrane dei globuli rossi del sangue: l’antigene A e l’antigene B.

Nel sistema AB0 (da leggersi A-B-zero) esistono quattro diversi gruppi sanguigni.

• Il gruppo 0 non possiede alcun antigene sulla membrana dei globuli rossi; mentre il plasma sanguigno possiede ambedue le agglutinine.

• Il gruppo A ha sui globuli rossi la presenza dell'antigene A, (chimicamente lo zucchero N-acetilgalattosammina) mentre nel plasma si riscontra la presenza dell'agglutinina beta (o anti-B) ed è diviso in due sottogruppi: A1, il più numeroso, e A2.[2]

• Il gruppo B invece è caratterizzato dalla presenza dell'antigene B (chimicamente galattosio) sui globuli rossi e dalla presenza dell'agglutinina alfa (o anti-A) nel plasma.

• Il gruppo AB presenta entrambi gli antigeni sui globuli rossi, ma nessuna agglutinina nel plasma.


Era il 1997 quando il Dr. Peter D’Adamo, con la collaborazione della Dr.ssa Catherine Whitney, diede luce ad uno studio sulla compatibilità tra alimenti e gruppo sanguigno.


”Eat right 4 your type”, uno dei libri del Dr. Peter D’Adamo

Se le conclusioni pratiche lasciano luogo alla discussione, le ricerche meritano attenzione per il costante appoggio su basi scientifiche.

L'evoluzione della specie umana e i gruppi sanguigni

Ma facciamo un passo indietro e vediamo cosa spinse il Dr. D’Adamo a indagare l’associazione alimenti- gruppo sanguigno.

Figlio del un naturopata James D’Adamo, Peter fu sensibilizzato all’importanza della storia evoluzionistica dell’uomo e proseguì gli studi del padre in questa direzione fino a fondare, negli anni ’80, la cosiddetta teoria dei gruppi sanguigni.

Lo studio dell’evoluzione umana ha evidenziato come i nostri antenati possedessero programmi biologici identici, ma che nel tempo si sono gradualmente adattati alle diverse condizioni ambientali, in cui i grandi gruppi umani trovavano la loro sistemazione..

Si è quindi scoperto che:

• Il tipo 0 è il gruppo più antico, il basilare, quello dei nostri antenati cacciatori. Le proteine della carne gli fornivano tutta l’energia di cui aveva bisogno. Possiede un sistema immunitario forte e reattivo.

• Il tipo A appartiene al momento in cui si verificarono gli stanziamenti nell’agricoltura e nell’allevamento degli animali. L’alimentazione con i cereali e lo stile di vita in strutture abitative associate provocò modificazioni a carico del sistema immunitario, con un suo potenziamento nei confronti di nuovi agenti estranei. Comparve l’antigene A.

• Il tipo B si ebbe nei primi stanziamenti sulle zone fredde e montagnose del Pakistan e dell’India, per sfuggire al clima torrido delle savane. Nasce il nomade, il bellicoso, il pastore con l’alimentazione che privilegia gli ovini e i prodotti del latte. Compare l’antigene B, caratteristicamente più raro nell’occidente europeo.

• Il tipo AB è il più recente e il più raro ma anche il più equilibrato. Eredita la tolleranza di entrambi i tipi A e B e si è quindi specializzato nella produzione di anticorpi. Se gli anticorpi prodotti in grande numero gli consentono una difesa migliore contro le infezioni, generano anche una certa difficoltà a riconoscere sostanze estranee in possesso di antigeni A o B.

Il fondamento biologico del rapporto fra alimenti e gruppo sanguigno

Tra sangue e cibo si verifica una reazione chimica che fa parte del nostro patrimonio genetico. Si è scoperto che il sistema digestivo e quello immunitario (ad esso strettamente connesso) conservano una predilezione per i cibi consumati dagli antenati di gruppo sanguigno simile al nostro, non solo a livello del tubo digerente per l’assorbimento e il trasporto attraverso l’apparato vascolare, ma anche al semplice contatto della mucosa orale e gastro-esofagea, ricche di enzimi e di antigeni di superficie.

Secondo studi recenti, particolari proteine denominate lectine, sono presenti negli alimenti, sulla mucosa del digerente (compresi i dotti epatici e pancreatici), sui microrganismi saprofiti che presiedono al processo digestivo e sui microrganismi patogeni. Ad esempio, le lectine di cui sono ricchi i microrganismi hanno la struttura di ventose che consentono loro di ancorarsi sulle mucose. Le lectine che tappezzano i dotti epatici, attraverso i quali la bile si riversa nel duodeno, possiedono una specie di tentacoli atti ad afferrare e bloccare batteri e parassiti.

Le lectine dell’apparato digerente, tuttavia, non sono per tutti della medesima composizione chimica. Esse seguiranno le caratteristiche che le apparentano agli antigeni A o B, presenti sulla membrana degli elementi figurati del sangue, in particolare dei globuli rossi. (Nel gruppo 0 sono quindi assenti sia gli antigeni che le lectine ad essi simili). Ognuno di noi, quindi, sulla mucosa del tubo digerente sarà in possesso di lectine secondo il gruppo sanguigno a cui appartiene.

Quando ingeriamo un alimento contenente lectine incompatibili col nostro gruppo sanguigno (e quindi con quelle dell’apparato digerente) esse si sistemano in un organo (rene, fegato, stomaco, sistema nervoso centrale etc) e iniziano ad agglutinare globuli rossi in quell’area. Il latte, ad esempio, possiede lectine simili all’antigene B: se una persona di tipo A ne ingerisce, il suo sistema immunitario metterà subito in moto i meccanismi di difesa nel tentativo di eliminare l’intruso. Per fortuna la maggior parte delle lectine presenti nei cibi non è così pericolosa, sebbene possa causare una lunga sequela di problemi. Il 95% delle lectine alimentari viene allontanato senza problemi dall’organismo; il restante 5% però riesce a raggiungere il sangue innescando una serie di reazioni, fino alla distruzione dei globuli rossi.

Ma le lectine possono danneggiare le pareti dell’apparato digerente, scatenando una violenta infiammazione delle mucose che provoca disturbi simili a quelli di un’allergia alimentare, senza raggiungerne l’intensità. Si verifica quindi meteorismo, diarrea, stipsi, nausea, cefalea, vomito, ritenzione della quota liquida fino a una lenta eziologia neoplastica o cancerogena.

Popolazione italiana e frequenze gruppi sanguigni e fattore RH

0+       A+     B+     AB+     0−    A−    B−      AB−

40%  36%  7,5%  2,5%   7%   6%    1,5%   0,5%


Dieta dei gruppi sanguigni e medici che la sostengono. Una testimonianza.

Nell’ecovillaggio di Mogliazze (Pc) esercita Piero Mozzi, medico chirurgo «secondo natura», come ama definirsi lui stesso.

Secondo Mozzi tutto ruota intorno all’alimentazione, che deve essere adeguata per ogni gruppo sanguigno perché questo rappresenta l’imprinting di ogni individuo, indipendentemente dalla razza e dalla cultura. Nel momento in cui si abbandona la dieta che l’evoluzione naturale ha assegnato a ogni gruppo sanguigno – come abbiamo visto nella nascita dei diversi gruppi – si compie un errore alimentare che, se ripetuto, porterebbe all’insorgenza della malattia. Per esempio, spiega Mozzi, il consumo diffuso di cereali è alla base di molte gravi patologie autoimmuni presenti in tutti i gruppi sanguigni.

Il medico porta a suo sostegno il fatto che i popoli viventi allo stato naturale non si dedicano alla coltivazione dei cereali; si alimentano invece di carne e pesce, oltre che di bacche e frutti selvatici. Perciò, in generale Mozzi tende sempre a eliminare il glutine e a moderare il consumo anche di cereali privi di glutine, privilegiando spesso l’assunzione di carne e pesce. È certamente interessante la sua idea che non tutti possano essere vegetariani: in effetti, la dieta priva di proteine animali non è ben tollerata da tutti. Però è anche vero che l’eccesso di grassi saturi, come quelli forniti appunto dalla carne, è causa di molte

patologie più o meno gravi. E poi, il nostro pianeta sarebbe in grado di tollerare un ulteriore aumento dell’allevamento intensivo?

Così si definisce il regime alimentare proposto dal dottor Mozzi: «una dieta facile da mettere in pratica, efficace e duratura nei risultati». Lo afferma lui stesso, ma lo dichiarano anche molti suoi pazienti. Non è semplice spiegare in poche parole di che cosa si tratta, perché Mozzi elabora un piano alimentare ad hoc soltanto dopo aver ascoltato molto bene il paziente, dopo avergli chiesto che cosa mangia, che cosa beve e quando (per esempio durante i pasti), se fa esercizio fisico. Il risultato è una dieta molto personalizzata, destinata a portare il malato non soltanto a correggere gli errori alimentari ma anche a riflettere sulle proprie abitudini di vita e a capire che, come afferma Mozzi, “la guarigione è dentro di noi e non deve provenire dall’esterno, da un farmaco”. Del resto, il Dr. Mozzi non ha mai prescritto farmaci a nessuno, limitandosi a curare con rimedi naturali e fitoterapici – lui stesso prepara oleoliti e tinture madri con le piante coltivate e spontanee dell’ecovillaggio.

Indicazioni generali sugli alimenti consigliati e sconsigliati in base al gruppo sanguigno.

Gruppo 0: cacciatore-raccoglitore - Dieta soprattutto carnivora, pochi farinacei. - Predisposizione a ulcere e malattie infiammatorie per l’eccesso di produzione di acido cloridrico. Bisogno di un esercizio fisico intenso. - Principali cibi NO: glutine di grano, mais, girasole e lenticchie (sì se germogliati), fagioli bianchi e rossi, patate, arachidi. - Cibi SÌ: frutti di mare, fegato, sale iodato alle alghe.

Gruppo A: agricoltore - Dieta soprattutto vegetariana e cerealicola. - Apparato digerente delicato a causa della scarsa produzione di acido cloridrico. - Sì alla ginnastica dolce e rilassante (per es. Tai Chi). - Principali cibi NO: grano in eccesso, patate, pomodori e melanzane, fagioli rossi, cavolo, carne e latticini in eccesso. - Cibi SÌ: legumi, prodotti fermentati, oli vegetali, soia e derivati.

Gruppo B: nomade - Dieta variegata. - Predisposizione alle malattie autoimmuni. Sì all’esercizio fisico moderato (per es. nuoto). - Principali cibi NO: pollo, arachidi, grano, mais e saraceno, lenticchie. Cibi SÌ: verdure, latticini, uova, carne.

Gruppo AB - Dieta più variata. - Predisposizione all’anemia. - Principali cibi NO: semi oleosi, burro, carne rossa, grano, mais e saraceno, fagioli rossi. - Cibi SÌ: tofu, ortaggi, pesce, latticini, alghe.

Sconsigliata a tutti i gruppi: carne di maiale.

Conclusioni

Se ne parla da qualche anno, ma ancora in pochi la conoscono e soprattutto regna ancora molto scetticismo. Tuttavia i fondamenti evoluzionistici e biologici non mancano, quindi abbiamo ritenuto opportuno mettere insieme un po’ di materiale e condividerlo. Riteniamo che le posizioni estreme siano sempre errate, ma un occhio di riguardo alla propria alimentazione, modulandola anche sulla base di una propria predisposizione genetica-biologica, sicuramente male non può fare! Fatevi sempre seguire da un esperto in nutrizione prima di effettuare cambi radicali della dieta!

Silvia Colizzi e Virginio Filippi. Ufficio stampa VirgGym

Lo sviluppo delle emozioni. Neuroscienza dei costrutti social-cognitivi

Pubblicato il 24 aprile 2015 alle 14.30 Comments commenti (0)



Introduzione_ Cenni introduttivi sui concetti di base della psicologia dello sviluppo.

La psicologia dello sviluppo intende analizzare scientificamente i cambiamenti che avvengono nell’arco della vita di un individuo, nonché i processi che li determinano. Lo sviluppo umano è caratterizzato da aspetti comuni e da aspetti differenziali. Questo vale anche per lo sviluppo emozionale, dove in prima istanza, specifici cambiamenti biologici, comuni a tutti gli uomini, rendono possibile l’emergere di una competenza emotiva. Ad esempio ogni emozione è strettamente correlata un substrato neurale specifico(1).

Inoltre, per quanto riguarda gli aspetti differenziali, anche nelle emozioni possiamo avere discrepanze tra gli individui, misurate in termini di ritmo e di stile. Le differenze di ritmo riguardano l’età di esordio di una competenza e si misurano all’interno di un campione di individui, sufficientemente ampio e rappresentativo, al fine comunque di calcolare un valore medio, significativo per l’emergere della presente abilità nella popolazione generale. Le differenze di stile riguardano le diverse modalità con le quali un individuo esprime un abilità che è comune a tutti gli uomini. Ad esempio vi sono delle differenze di genere nell’espressione delle emozioni: le bambine parlano maggiormente di aspetti emozionali, rispetto ai bambini. Pur considerando la componente genetica, in questa caratteristica v’è un importante influenza culturale: le madri parlano di aspetti emozionali più con le figlie che con i figli.

In questo contesto disciplinare, così ampio e complesso, ha trovato terreno fertile la diatriba tra “natura” e “cultura”. Nello sviluppo umano, la natura corrisponde alla maturazione dell’individuo e la cultura, all’apprendimento. La maturazione riguarda lo sviluppo biologico, sia fisico che cognitivo, che è guidato dal patrimonio genetico dell’individuo. Con apprendimento, invece, si fa riferimento a quegli eventi ambientali che modificano in maniera stabile un processo di sviluppo, sempre in termini sia fisici che cognitivi. Anche l’ambiente orienta l’individuo nel sua crescita. Con ambiente non si intende solamente quello familiare, ma si assume un ottica ampia e dinamica, ben descritta dal modello dei sistemi ecologici di Brofenbrenner (1979). Il bambino nel suo sviluppo interagisce più o meno direttamente con 4 scenari ambientali: microsistemi (es. la famiglia, la scuola…;), mesosistemi ( corrispondenti ai legami tra i microsistemi: ciò che avviene in un microsistema può influenzare l’altro), ecosistemi (es. l’impiego e le condizioni di lavoro dei genitori…;), macrosistemi (i valori sociali, le istituzioni…;).

In un ottica così complessa oggi si è concordi nel considerare una visione interazionistica, secondo la quale sia aspetti maturativi, che aspetti esperienziali, possono influire sullo sviluppo.


Generalità sulle emozioni

L’emozione si può definire come il prodotto dell’interazione tra modificazioni fisiologiche e processi psicologici. Le emozioni sono espressione di un messaggio, veicolano un segnale specifico e hanno una funzionalità adattiva (2). Nelle emozioni si può individuare un insieme di caratteristiche interagenti. A livello biologico si identificano caratteristiche fisiologiche: il sistema nervoso attiva specifiche reazioni corporee (sudorazione, tachicardia…;) ed espressioni facciali, di fronte a stimoli esterni o interni (es. il ricordo di un evento). A livello cognitivo le caratteristiche riguardano l’attribuzione di significati emotigeni agli eventi. Qui entrano in gioco aspetti motivazionali e le proprietà organizzative interne dell’individuo. Infine si identifica un livello sociale e strumentale dell’emozione, dove gli eventi acquisiscono significati emotigeni anche in relazione ai contesti e alle valutazioni intersoggettive.


Le teorie sulle emozioni

I primi studi sulle emozioni hanno rilevato soprattutto le caratteristiche statiche delle stesse piuttosto che la loro evoluzione. Strongman, nel 1978, per primo parlò di un sistema emozionale influenzato da altri sistemi, identificò emozioni primarie e ed emozioni secondarie e sostenne che la qualità di un emozione cambia, in base all’aumento della sua intensità. Strongman sosteneva anche un importante assunto: un esperienza emotigena può generare motivazione. In seguito, nel 1983, si sviluppò l’approccio funzionalista di Campos e Barrett. Secondo questi studiosi le emozioni di base sono tutte presenti sin dalla nascita, utilizzano un processo comunicativo che non ha bisogno di apprendimento sociale, sono considerate sistemi adattivi di azione. Hanno, cioè, una funzione organizzativa del comportamento sociale, dei processi psicologici interni e sono specificate in precisi atteggiamenti corporei, il tutto al fine di regolare il rapporto tra organismo e ambiente. Oggi questi elementi sono sostenuti dai principali modelli sulle emozioni.


Teoria della differenzazione e teoria differenziale

Un disaccordo invece è presente nel modo in cui le emozioni si sviluppano. I due principali punti di vista vengono espressi dalle seguenti teorie.

La teoria della differenzazione, della quale il principale sostenitore fu Bridges (1932), sostiene che tutte le emozioni si sviluppano da uno stato iniziale di “eccitazione indifferenziata”. Qualche decennio più avanti, Scroufe, che ha condotto diverse ricerche sullo sviluppo dell’empatia e sulle conseguenze dei vari tipi di “attaccamento”, riprese la teoria di Bridges e disse che è parallelamente allo sviluppo cognitivo, che si emergono e si organizzano le diverse emozioni. Il bambino apprende gradualmente ad attribuire un significato ai segnali fisiologici interni. “La stessa struttura psicologica si può manifestare in modo del tutto diverso, a diverse età, pur manifestando una sequenza prevedibile” (Scroufe, Jacobovitz, 1989). Secondo questa teoria la differenzazione delle emozioni, cioè tutta la gamma emotiva che la persona adulta conosce, originerebbe, non da un unico stato emotivo indifferenziato, ma da tre diversi “sistemi precursori”:

  • Il sistema piacere-gioia: dal sorriso endogeno(2 mesi), al sorriso sociale(3 mesi), fino al riso attivo, gioia(4 mesi)
  • Il sistema circospezione-paura: dal trasalimento e dal pianto del neonato, allo sconforto e alla sorpresa(4 mesi), verso espressioni più definite dopo i 6 mesi
  • Il sistema rabbia-collera: da segni di disagio per fame e sonno del neonato, a sentimenti di delusione, disappunto (5-6 mesi), fino alla rabbia e alla collera, dopo i 6 mesi…

La Teoria Differenziale sulle emozioni, invece distingue tra due categorie di emozioni, quelle fondamentali (o primarie) e quelle complesse (o secondarie). Le prime sono presenti anche negli animali a noi più vicini nella linea filogenetica, come le scimmie antropomorfe. Esistono fin dalla nascita o compaiono entro il primo anno di vita. Ognuna di esse dipende dallo specifico substrato neurale, che deve svilupparsi per poter permettere la nascita di quell’emozione. Le secondarie compaiono successivamente e sono presenti solo negli esseri umani. Non derivano da una differenzazione delle primarie, non originano da precursori come sostenuto nella teoria della differenzazione. Lo sviluppo delle emozioni secondarie, o meglio dei substrati neurali ad esse collegati, si completa verso i 3 anni. Tra i sostenitori della presente teoria non esiste un unanime consenso su quali siano le emozioni fondamentali, né sui criteri per identificarle. Tuttavia si fa comunemente riferimento alla classificazione differenziale di Izard (1992).

Carroll Izard è sicuramente uno dei più importanti esponenti della teoria differenziale, e quelle elencate nella tabella, sono le 9 emozioni di base da lui rilevate. Secondo Izard queste emozioni sono innate, universali e precocemente differenziate attraverso configurazioni facciali e vocali specifiche. L’espressione facciale qui è vista non solo come una risposta ad uno stimolo, ma anche come la causa di ciò facciamo ed è correlata al nostro pensiero. L’espressione dell’emozione, intesa come aspetto motorio, è maggiore nel bambino, mentre nell’adulto è spesso condizionata dall’esperienza.. Le altre emozioni, secondarie, emergeranno nel ciclo vitale quando acquisiranno un valore adattivo per l’individuo. Tra queste menzioniamo: imbarazzo, senso di colpa, vergogna, orgoglio, invidia... Izard ritiene fondamentale il corretto riconoscimento delle emozioni, anche di quelle secondarie che pur non essendo riconoscibili attraverso indicatori mimici specifici, devono esser utilmente distinte al fine del buon funzionamento sociale dell’individuo.

Lewis et al., 1989 concordano nel dire che le emozioni secondarie complesse, quali la vergogna (carenza rispetto a modelli personali o convenzioni sociali), l’orgoglio (successo) - che sono qualcosa di più rispetto a stati momentanei, in quanto possono avere conseguenze permanenti sull’autostima - per emergere necessitano della consapevolezza del sé, si raggiunge intorno ai due anni (3). Inoltre successive ricerche hanno dato un peso anche alla capacità di riconoscere e mantenere dei modelli di comportamento (questo si ottiene quando il giudizio su di sé non dipende più unicamente dalle reazioni degli altri e iniziano a sviluppasi modelli interni di riferimento), un’abilità che emerge verso la fine del periodo prescolare.


Il riconoscimento delle emozioni

Lo studio delle emozioni è stato realizzato in base all’osservazione delle espressioni e al loro riconoscimento. Sono state effettuate numerose ricerche (4) e sorte diverse tecniche di analisi che stimano l’espressione emozionale sulla base dei movimenti facciali. Le principali sono:

FACS : Facial Action Coding System, di Ekman e Frieser;

MAX : Maximally Discriminative Facial Movements Code.

Entrambe le tecniche identificano l’emozione espressa valutando la struttura e il movimento dei muscoli nelle diverse regioni del viso. Il criterio si basa sulla presenza/assenza di categorie di movimenti (es. corrugare la fronte…;). Le espressioni emotive dell’infanzia corrispondono a quelle degli adulti e presentano caratteristiche universali nella specie umana, questo suggerisce l’esistenza di legami innati tra emozioni ed espressioni facciali. Citiamo, a tal proposito, un famoso esperimento di Ekman e Frieser, svolto con le popolazioni indigene della Nuova Guinea. In tal modo potevano ritenersi estinte le possibili influenze culturali. In base ad un racconto che richiamava un emozione, i soggetti dovevano scegliere la foto che meglio la descriveva. Gli studiosi identificarono in tal modo le emozioni definibili come universali: gioia, tristezza, rabbia, disgusto, sorpresa e paura. V’è un punto di disaccordo tra gli studiosi a proposito della natura delle espressioni facciali. Secondo la teoria differenziale le espressioni facciali dei neonati indicano la presenza di un’emozione, mentre secondo la teoria funzionalista sono manifestazioni di schemi fissi di azione (5)  tramandati filogeneticamente, come il pianto e il sorriso (6).

Se osserviamo un bambino durante il suo primo anno di vita, sembra possibile comunicare con lui, perché pare esibire delle emozioni e mostrare, attraverso le sue reazioni, di comprendere quelle degli altri. Arriva un momento in cui il un bambino sorride se qualcuno gli sorride, si incupisce se qualcuno li guarda con un volto triste o accigliato, … oppure con un volto inespressivo7. I cosiddetti dialoghi emotivi, sono scambi non verbali basati su espressioni facciali e gestuali che si stabiliscono sin dall’infanzia. L’interesse precoce per il volto favorisce la capacità di riconoscere e differenziare le espressioni emotive. A 10 settimane i bambini reagiscono in maniera appropriata a 3 espressioni facciali e vocali (gioia, tristezza e collera). Già nel primo anno di vita i bambini sono in grado di riconoscere l’emozione espressa da altri (Fontana, Arcuri 1989)


La comprensione delle emozioni e l’empatia

Riconoscere non significa ancora comprendere. La comprensione e la comunicazione efficace delle emozioni avvengono quando un bambino sa esprimersi attraverso il linguaggio, tuttavia alcuni precursori di questa competenza possono essere valutati prima.

Per individuare la capacità di “percepire il sentimento altrui”, si analizza generalmente il fenomeno della ricerca del “riferimento sociale” (Social Referencing). A tal proposito citiamo un famoso esperimento di Klinnert, 1984, effettuato su bambini dai 12 e 18 mesi di fronte a un nuovo giocattolo. La novità suscita in loro incertezza, così essi rivolgono lo sguardo alla madre che, precedentemente istruita, deve o sorridere, o esprimere paura, o assumere un’espressione neutra. Nel primo caso il bambino si avvicina al giocattolo, nel secondo si avvicina alla madre, nel terzo assume comportamenti intermedi. Il referente sociale è selettivo, nel senso che deve trattarsi di una persona che susciti un adeguato livello di sicurezza. Questo fenomeno è interessante anche perché dimostra che i bambini riescono ad attribuire agli altri stati mentali e agire di conseguenza. Specialmente nelle situazioni ambigue o di fronte a stimoli nuovi e sconosciuti i bambini cercano il referente sociale per orientare il loro comportamento.

Lo sviluppo delle capacità empatiche è stato ben delineato da Hoffman (1988). L’empatia consiste nel sentire e provare la stessa emozione dell’altro e nel regolare, in funzione di ciò, il proprio comportamento. Non più al fine di tutelare sé stessi, come nel fenomeno del riferimento sociale, ma al fine di tutelare l’altro. Anch’essa sembra seguire uno sviluppo graduale. Nel primo anno d’età si può parlare di un “empatia globale” i bambini possono identificarsi con l’emozione alla quale assistono, ma involontariamente (es. sorridano se la madre gli sorride). Dal secondo anno, l’empatia viene definita egocentrica, i bambini offrono attivamente aiuto con azioni che corrispondono a ciò che essi stessi desidererebbero come conforto. Sono parzialmente in grado di prevedere le reazioni emotive degli altri e di usare questa capacità in senso pro-sociale o strumentale. Dal terzo anno si sviluppa un empatia per i sentimenti altrui, attraverso la capacità di assunzione dei ruoli, il bambino comprende la diversità dei sentimenti degli altri dai propri. Infine nella tarda infanzia, sempre nel periodo prescolare, il bambino sviluppa un empatia per la condizione esistenziale altrui. Il bambino si rende conto che i sentimenti altrui non sono necessariamente contingenti, ma possono dipendere da condizioni permanenti. L’empatia può essere provata anche verso gruppi (i malati, i poveri).

L’uso del linguaggio fa assumere agli scambi sociali, sempre più la forma della conversazione. I bambini cominciano a parlare delle proprie emozioni sin dai 18 mesi di vita, i riferimenti agli stati interiori iniziano a comparire nei loro dialoghi: prima in riferimento ai propri sentimenti e poi in riferimento a quelli degli altri e queste conversazioni danno ai genitori la possibilità di condividere con i piccoli le interpretazioni di particolari esperienze emotive. Lo sviluppo del linguaggio rappresenta un mezzo cruciale per la socializzazione emotiva.


Conclusione_ Verso uno sguardo più ampio sullo sviluppo emozionale

In questo compendio, sono state raccolte le principali teorie sullo sviluppo delle emozioni, accompagnate dai più famosi ed esplicativi esperimenti, svolti in ambito sociale. Tuttavia non è che uno spaccato storico e descrittivo sullo studio dello sviluppo emozionale.

Fondamentali studi sono stati fatti in ambito neurofisiologico8, dal secolo scorso ad oggi e promettono ancora un ampio sviluppo delle nostre conoscenze sul funzionamento emozionale. Gli strumenti utilizzati per queste ricerche sono gli studi sperimentali sugli animali, gli studi neuropsicologici su pazienti con lesioni specifiche, tecniche di neuro-imaging, e potenziali evocati visivi.

Lo sviluppo emozionale si collega bene anche al fenomeno dell’attaccamento (9), cioè a quel desiderio innato nel ricercare la protezione e la vicinanza di una figura di riferimento. Sono stati svolti numerosi esperimenti al fine di capire se un diverso tipo di attaccamento10, può influenzare l’attitudine del bambino nel manifestare le proprie emozioni. In questa sede non si intende descrivere tali esperimenti, ma sicuramente occorre confermare tale legame.

Lo studio dello sviluppo emozionale ha pertanto innumerevoli radici conoscitive e tanti ambiti di applicazione. Il tema delle emozioni è oggi tra i più dibattuti nella ricerca psicologica, ma il numero altissimo di ricerche sulle emozioni, rende necessaria una sistematica organizzazione del sapere.


NOTE  A PIE' DI PAGINA

1 Non essendo trattata, in questa sede, la prospettiva dei neurofisiologi e dei neuropsicologi in termini di sede neurale delle emozioni, cito solamente le principali localizzazioni, e gli scienziati che le hanno scoperte:

 Paura: principalmente amigdala (Morris et al., 1996; Adolphs et al., 1994; Whalen, 1998).

  • Gioia: giro temporale, lobo parietale e amigdala (Morris et al., 1996)
  • Rabbia: giro del cingolo, corteccia orbitofrontale e amigdala (Sprengelmeyer et al. 1998; Blair et al., 1999; Hariri et al.,2000)
  • Sorpresa: amigdala (Whalen, 1998)
  • Disgusto: corteccia dell’insula e corteccia prefrontale (Phillips et al., 1997)
  • Tristezza: amigdala e lobo temporale (Blair et al., 1999)

2 Darwin Charles, nell’opera “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” presenta i dati raccolti sull’espressione delle emozioni, come prove a sostegno della teoria generale dell’evoluzione della specie. L’ipotesi generale sulla quale nasce l’opera, è che le emozioni si sono evolute per assolvere a funzioni adattive (per soddisfare un bisogno o alleviare una sofferenza…;), e che i risultati di questo processo sono analoghi a tutta la specie umana e alle specie animali superiori. Un esempio efficace è l’atto di “digrignare i denti” che si riscontra nell’ animale, ma anche nell’uomo, associato all’emozione della rabbia. Originariamente aveva la funzione di spaventare l’avversario e faceva parte di una sequenza comportamentale che si concludeva con lo sbranamento del rivale. Oggi ha perso la sua funzione originaria ma è ancora associato nell’uomo agli stati interni di rabbia. Il carattere adattivo delle emozioni è così stato dimostrato per la prima volta da Darwin.

3 L’autoconsapevolezza, misurata dalla capacità di riconoscersi visivamente, è stata rilevata in un esperimento di M.Lewis e Brooks Gunn (1972). Qui bambini compresi tra i 6 mesi e i due anni di età venivano posti di fronte ad uno specchio, con una macchia rossa disegnata sul loro naso (senza che loro se ne accorgessero). Nessun bambino al di sotto di un anno di età toccò il proprio naso. Questo comportamento comparve per la prima volta a 15 mesi e nella maggior parte dei bambini al ventunesimo mese.

4 Charles Darwin, (1872) fu il primo a studiare le modificazioni della muscolatura facciale che producevano le espressioni, alla fine stabilì che le emozioni sono universali ed innate. I suoi studi, però, furono interamente svolti sugli adulti.

5 Il termine “schema fisso di azione” è ripreso dall’etologia, dove designa azioni generalmente semplici e stereotipate, innescate da alcuni “stimoli-chiave” piuttosto specifici. Alcuni autori preferiscono sostituire il termine “fisso” con il termine ”modale”, perché lo schema, soprattutto nella specie umana, può esser modificato ed esteso, reso più flessibile e propositivo, in conseguenza all’interazione con l’ambiente e nella la crescita.

6 Il sorriso insorge spontaneamente dal secondo mese di vita, tipicamente alla vista del viso di un’altra persona. Gli occhi sono lo stimolo chiave, ma inizialmente bastano anche due macchie, che il bambino identifica come occhi. E’ una funzione selezionata e mantenuta nel corso dell’evoluzione perché con esso il bambino attira l’attenzione, suscita una risposta positiva ed accresce la probabilità di essere accudito e protetto. Il pianto è una risposta più complessa. Essa è organizzata in 4 fasi, ognuna delle quali ha tempi e ritmi precisi e specifici a secondo della funzione del pianto stesso. Le cause che provocano il pianto nelle prime settimane di vita sono molto semplici: dolore, fame, limitazione dei movimenti, disagio, Questi due strumenti, divengono con la maturazione cognitiva e con la socializzazione, dei mezzi di comunicazione complessi ed efficaci, anche oggetto di strumentalizzazione, per ottenere degli scopi.

7 Da diversi studi effettuati da Cohn e Tronick, tra il 1983 e il 1989, si è constatato che un bambino anche di 2-3 mesi di età, è molto disturbato dall’immobilità facciale nei suoi scambi “faccia a faccia”. Alterna lo sguardo tra la madre e l’ambiente, sorride sempre più cautamente e alla fine si allontana; alcuni bambini entrano in uno stato di angoscia. Questo permette di comprendere alcuni effetti della depressione materna. Si è visto che la depressione dei genitori altera nettamente la natura delle interazioni con il bambino, rendendole carenti di affetti e smorzando tutti i sentimenti di allegria e di eccitazione che invece egli sperimenterebbe in condizioni normali.

8 Citiamo, tra i numerosi ricercatori che studiarono l’anatomia delle regioni del sistema nervoso implicate nelle emozioni e nel loro funzionamento :Papez 1937, McLean e Downer 1961, Le Doux 1986,... I circuiti individuati sono stati ampliati e meglio descritti da scienziati contemporanei:Morris, Adolphs, Whalen, Sprengelmeyer, Blair, Hariri, …

La teoria dell’attaccamento, origina dalle ricerche di Bowlby condotte in Inghilterra nei primi anni Sessanta.

10 Osservando il comportamento tenuto nei confronti della madre a seguito di una separazione (parliamo di bambini in età prescolare), Bowlby e Ainsworth individuarono, codificandoli, diversi modelli o stili di attaccamento: sicuro, evitante/ansioso, ambivalente/resistente, disorganizzato.

DORMIRE BENE?... UN "SOGNO" REALIZZABILE (articolo scritto per Studio Medico Sonnomedica, 2009)

Pubblicato il 23 aprile 2015 alle 16.35 Comments commenti (0)

“Il sonno è un’esigenza universale, nessuno può farne a meno, è un bisogno primario, al pari del respirare, del nutrirsi, del comunicare…

La “società dell’informazione” in cui viviamo, ha diffuso in maniera trasversale alcune “verità essenziali” sul sonno.

Oggi, infatti, tutti conoscono l’importanza di un buon riposo per il mantenimento del nostro stato di salute psico-fisica.

D’altro canto in pochi agiscono attivamente per migliorare la qualità del proprio sonno.

A questo fine vogliamo diffondere un po’ di “cultura sonnologica” a chi si rivolge a noi per piccoli o grandi disturbi, sperando di generare maggior consapevolezza sulla

relazione bilaterale: sonno ↔benessere.”

 

COSA SUCCEDE AL NOSTRO CERVELLO ADDORMENTATO?

I cicli del sonno…

“Il sonno è uno stato prontamente reversibile di ridotta reattività e di ridotta interazione con l’ambiente.”

Il sonno non è uno stato unico bensì un processo complesso e ciclico che evolve in modo continuo mostrando una regolare successione di stadi caratterizzati da diversi schemi di attività cerebrale.

Un ciclo completo dura circa 90 minuti e si ripete in sequenza da 4 a 5 volte durante una intera notte.

Ogni ciclo è caratterizzato dalla presenza di due fasi principali:

• La fase Non-REM, o sonno senza movimenti oculari, durante questa fase si ha una calo dell’attività del cervello e il sonno diventa rilassante.

• La fase REM, o sonno con rapidi movimenti oculari, presenta un’attività cerebrale in estremo fermento, mentre il corpo è completamente immobile. Durante questa fase si sogna, si elaborano le informazioni acquisite durante il giorno e si consolidano i ricordi.

Per mantenere una buona qualità del sonno è fondamentale non solo riuscire a dormire un numero sufficiente di ore, ma anche non alterare la sequenza fisiologica delle fasi che lo compongono.

Non tutti però dormiamo allo stesso modo. Le ore di riposo, la qualità del sonno e il passaggio da una sua fase all’altra, sono caratteristiche molto soggettive.

I fattori che influenzano il sonno possono cambiare molto in funzione dell’età, dell’attività lavorativa, dello stress e dei disturbi fisici e psicologici, dal nostro stile di vita e da vari fattori ambientali, oltre che dal nostro comportamento durante le ore diurne.

 

CURIOSITA’ DAL MONDO DELLA SCIENZA

Funzioni del sonno e ricerche.

Il sonno non è una semplice perdita di coscienza, ma è uno stato attivo caratterizzato da un’intensa attività elettrica e chimica del cervello. Durante il sonno, infatti, il nostro cervello continua a funzionare anche se in modo diverso rispetto a quando è sveglio. In maniera semplicistica si potrebbe dire che aiuta l’organismo a ritrovare le energie spese durante la giornata.

Seguono alcune particolari funzioni del sonno, dimostrate da ricerche scientifiche.

 

_ il sonno rafforza l’apprendimento e la memoria . Dormire serve a rimettere ordine nel cervello. Le ricerche hanno dimostrato che il cervello sfrutta il sonno per fare ordine e scremare quanto di inutile ha accumulato durante la giornata, consolidando quindi, in maniera indiretta, le conoscenze che si devono ricordare. Lo dimostrano gli studi compiuti dal team di ricercatori guidato dal professor Giulio Tononi, docente di psichiatria all'università del Wisconsin .

 

_il sonno conferisce al cervello una maggior capacità di regolare le risposte emotive. Senza sonno, i centri cerebrali che regolano le risposte emotive, reagiscono in maniera drammaticamente eccessiva alle esperienze negative. Lo rivela uno studio di brain imaging condotto da ricercatori della Harvard Medical School e dell'Università della California a Berkeley pubblicato su Current Biology .

 

_dormire un sufficiente numero di ore contribuisce a “mantenere la linea”. Una ricerca fatta da un gruppo di ricercatori delle Università di Chicago e di Bruxelles, guidati da Karine Spiegel, ha dimostrato che la durata del sonno può influenzare il livello di due ormoni, la leptina e la grelina, che regolano il senso della fame.

La leptina, prodotta dalle cellule adipose, diminuisce il senso dell’ appetito, mentre la grelina, prodotta dallo stomaco, lo aumenta. Meno si dorme, più aumenta il livello di grelina; più si dorme, più aumenta quello di leptina. In pratica, quindi, quando si perde del sonno è probabile che si mangerà di più e si tenderà a ingrassare. Un ulteriore processo biochimico regolato dal sonno è la produzione dell’ormone Gh (Growth hormon). Meno ore di sonno significano, infatti, anche una ridotta produzione del l'ormone della crescita, la cui carenza può dare un senso di stanchezza. Un ipotesi empiricamente confermata, sostiene che noi potremmo tentare di compensare questo senso di spossatezza cercando in maniera eccessiva del cibo, che ci da momentaneamente l'illusione di quella forza, che senza un sonno sufficiente, non viene recuperata.

Queste sono particolarità del sonno non appartenenti al sapere comune, che però è giusto mettere in luce, perché possono fungere da stimolo ad un maggiore controllo dei propri cicli di sonno-veglia, la cui regolarità è importantissima.

In generale, dunque, dormire bene è necessario per sentirsi riposati ed efficienti di giorno, di contro, dormire poco o male può provocare malumore, svogliatezza e stanchezza, alterato senso dell’appetito, oltre che un peggioramento dello stato generale di salute.


IL RECORD DI VEGLIA ININTERROTTA

Questa è la storia di un esperimento ideato da un ragazzo di 17 anni, che si è trasformato in una ricerca scientifica sulla privazione di sonno.

Nel 1963 uno studente delle scuole medie superiori, Randy Gardner decise di scoprire cosa sarebbe successo al suo corpo se fosse rimasto sveglio dal 28 dicembre all’8 gennaio. Fu seguito da due amici che monitoravano la sua veglia...e negli ultimi 5 giorni anche da due ricercatori.

 

Svolgimento. Il soggetto si svegliò la mattina del 28 dicembre alle ore 6 e diede inizio ad un periodo di veglia ininterrotta di 11 giorni (264). Non utilizzò né farmaci, né caffeina.

Al terzo giorno di veglia Randy diventò irritabile, provava nausea, manifestò problemi di memoria e non fu neppure in grado di seguire la televisione.

Il quarto giorno iniziò a soffrire di ossessioni e stanchezza opprimente.

Il settimo giorno ebbe tremori, il suoi discorsi erano confusi ed il suo EEG non presentava più onde alfa.

Gli esperti ipotizzarono episodi psicotici per gli ultimi giorni.

Questo non si dimostrò, fortunatamente.

Il soggetto quando si addormentò, si svegliò dopo 15 ore e poi non si addormentò nuovamente prima che altre 23 ore fossero passate. I suoi sintomi dopo il primo sonno già cominciavano a placarsi.

Randy non ebbe conseguenze permanenti.

 

Altri esperimenti simili sull’uomo. Nel 1896 i dottori J. Allen Gilbert e George Patrick avevano mantenuto sveglie tre persone per novanta ore. Dopo la seconda notte, uno dei soggetti ebbe delle allucinazioni, altri due soffrirono di paranoia, ma nessun effetto secondario di lunga durata.

Tutti gli studi sull’uomo fatti finora hanno dimostrato che, grazie a buoni meccanismi di regolazione della temperatura corporea e una buona regolazione metabolica, non si verificano danni permanenti al cervello dei soggetti sottoposti a veglie forzate. Di contro, però, le funzioni cognitive sono fortemente compromesse e quindi l’uomo perde temporaneamente la capacità di una normale interazione con l’ambiente esterno e non può condurre una vita sicura per la sua incolumità e talvolta non solo la sua...

Gli studi hanno indicato che dopo essere stato sveglio per 17 ore consecutive, il corpo umano si comporta come se la persona avesse bevuto, circa, due bicchieri di vino .


 

I PRINCIPALI DISTURBI DEL SONNO

I medici del sonno hanno identificato più di cento tipi diversi di disturbi del sonno.

Distinguiamo innanzitutto due categorie:

LE DISSONNIE

Interferiscono con l’inizio o con la continuazione del sonno, ne provocano quindi un'alterazione della quantita', della qualita' o del ritmo:

• Insonnia, è il disturbo più comune. E’ caratterizzato da almeno uno dei seguenti sintomi: difficoltà ad addormentarsi, diversi risvegli durante la notte, stanchezza diurna nonostante un sonno apparentemente normale.

• Ipersonnia, e' un disturbo del sonno che ha come caratteristica la "necessità" di dormire un numero di ore superiore alla media (a volte anche di molto).

• Narcolessia, e' un disturbo del sonno caratterizzato da un'eccessiva sonnolenza durante il giorno che si avverte nonostante la persona abbia dormito sufficientemente la notte.

• Disturbi del sonno legati alla respirazione (comprendono la sindrome delle apnee ostruttive in sonno e il russamento)

• Disturbo del ritmo circadiano del sonno (comprende la sindrome da jet-leg, dei lavoratori turnisti…;)

 

 

LE PARASONNIE

Comprendono:

• Disturbo da incubi, a differenza del pavor nocturnus, dopo l'incubo abbiamo un completo risveglio, e memoria del sogno.

• Terrore nel sonno (Pavor Nocturnus), si manifesta con un brusco risveglio spesso accompagnato da urla, pianto, tachicardia, tachipnea (accelerazione del ritmo del respiro), sudorazione e pupille dilatate, senso di angoscia.

• Sonnambulismo, e' un disturbo del sonno che porta la persona (il sonnambulo), a compiere azioni come camminare, mangiare, stare seduta sul letto, ecc. mentre sta ancora dormendo, senza quindi rendersene conto

• la sindrome delle gambe senza riposo, e' caratterizzata da una sensazione di fastidio alle gambe, che la persona avverte nel momento in cui va a dormire. Più precisamente le sensazioni sono:

formicolio, crampi, irrequietezza, prurito, a volte anche solo difficoltà a tenerle ferme, ed un bisogno irresistibile di muoverle, quest’ultimo corrisponde ad un disturbo chiamato:

o la sindrome da movimenti periodici delle gambe durante il sonno

• Bruxismo (o digrignamento dei denti), e' un disturbo purtroppo ormai molto diffuso e consiste nello sfregare tra di loro i denti, senza accorgersene.

• Enuresi notturna, è la difficoltà o l'incapacità' di controllare la fuoriuscita di urine durante il sonno.

Rimandiamo al nostro sito : http://www.sonnomedica.it/ per approfondimenti.

 

CONSIGLI PREZIOSI…

Esistono una serie di comportamenti che se messi in atto possono favorire il sonno notturno.

I principali sono:

• Cercare di coricarsi e svegliarsi ogni giorno alla stessa ora, possibilmente anche la domenica

• Non praticare esercizio fisico a ridosso dell’ora in cui andate a dormire

• Svolgere attività rilassanti prima di andare a letto

• Evitare di riscaldare troppo la camera da letto, la temperatura ideale è tra i 18 e i 20 gradi

• Non guardare l’orologio durante la notte

• Non assumere sostanze eccitanti come caffeina, teina o nicotina nelle 6 ore prima di coricarsi

• Moderare l’uso di alcolici soprattutto prima di andare a letto

• Evitare di dormire durante il giorno o se se ne sente la necessità fare un breve “pisolino” che non superi la mezz’ora nel primo pomeriggio

• Non tenere in camera TV, computer o altri strumenti che emettono onde magnetiche

• Non rigirarsi nel letto se non si riesce a dormire, è meglio alzarsi, leggere qualcosa, fare degli esercizi di respirazione e tornare a letto dopo un po’

• Non andare a dormire con l’ansia di non riuscire ad addormentarsi

 

DIAMO UN PO’ DI NUMERI

Statistiche sul rapporto tra gli italiani e il sonno.

Sono cifre significative quelle che emergono dalle ultime statistiche relative al sonno degli italiani :

• Il 13% della popolazione italiana, equivalente a 6 milioni di persone, ha sperimentato, almeno per un periodo della propria vita disturbi legati al sonno, che vanno da un “sonno non riposante”, alla vera e propria insonnia.

• Il 4% della popolazione italiana, quindi 4 milioni di persone, soffrono di disturbi del sonno in maniera frequente.

• Il 73% di questi 4 milioni di italiani, non si è mai rivolto a nessun medico specializzato in medicina del sonno per indagare meglio l’origine dei disturbi e per seguire una cura.

• Sembra che le donne italiane ne soffrano più degli uomini: infatti la percentuale sarebbe circa il 60% per le donne ed il 40 % per gli uomini.

• Si soffre di più in città che in campagna. Nelle città grandi e medie la percentuale sarebbe del 63% contro il 37% della campagna e delle piccole cittadine e paesi.

• La collocazione geografica è: 37% al Nord, 31% al Centro e il 32% al Sud e nelle isole.

 

CONCLUSIONI

Sia la ricerca di base, che quella clinica, continuano a affrontare nuove sfide per capire il funzionamento del nostro cervello durante le ore di sonno e indaga gli effetti della privazione del sonno, sia essa causata dall’ insonnia o dall’ impossibilità di trascorrere sufficienti ore addormentati.

La medicina, la psicologia, le neuroscienze sono coese nella ricerca di risposte, soluzioni o semplici consigli per far si che sempre meno persone soffrano di disturbi legati al sonno e godano di un maggior benessere nella loro vita quotidiana.

 

L'importanza di una buona e giusta comunicazione tra medico e paziente. Collegamenti con il film "L'olio di Lorenzo" (Gen 2007)

Pubblicato il 23 aprile 2015 alle 16.35 Comments commenti (0)


 

La tematica che intendo sviluppare in questa parte della relazione è il complesso rapporto tra medico e paziente, soprattutto nel caso di malattie poco conosciute. Il film che meglio analizza l’impatto con una malattia molto grave è “L’olio di Lorenzo”, ciò è amplificato dal fatto che la ALD (adren-leuko-distrophy), cioè la patologia che ha afflitto Lorenzo, è una malattia genetica/ metabolica, con influenza neurologica, che prima della terapia scoperta dai genitori del bambino protagonista, non presentava una cura e dunque, se diagnosticata, prevedeva un decorso irreversibile fino alla morte.

L’unico modo per rallentare il decorso era seguire una dieta sperimentale, eliminante l’assunzione degli acidi grassi, che il paziente affetto da ALD non riesce a smaltire, e che oltre certi valori distruggono la guaina mielinica degli assoni neuronali, comportando progressiva perdita delle capacità psichiche e motorie. Ovviamente questa non era una cura valida perché gli acidi grassi vengono prodotti anche dal nostro corpo e questi se non smaltiti raggiungono in 12 mesi livelli tali da rendere il paziente, pur cosciente, totalmente dipendente da macchine che lo tengono in vita ed incapace di comunicare. In 24 mesi lo portano alla morte.

Ho voluto spender due parole su questa malattia perché sono dati spaventosi e sono gli stessi a cui i genitori di Lorenzo si sono trovati di fronte al momento della diagnosi.

La ricerca di verità da parte dei pazienti o dei familiari di minorenni, è un diritto che dev’esser rispettato e di fronte al quale il medico non può astenersi nel comunicare una diagnosi, qualunque essa sia. Ciò si evince dall’art. 39 del codice di deontologia medica e viene definito “consenso informato” , per indicare da una parte il dovere del medico di “informare” e dall’altra il diritto dal paziente di “acconsentire o rifiutare”.

Questo apre uno spaccato sulle problematiche della comunicazione tra medico e paziente, che non si risolve all’interno di un ambulatorio o di una stanza d’ospedale, ma che deve proseguire giorno dopo giorno, durante il decorso di una malattia, sia che essa preveda una guarigione, sia che venga ritenuta inguaribile. Infatti, come sancisce l’art. 32 di deontologia medica , il medico deve continuare a seguire il malato ritenuto inguaribile, anche semplicemente per alleviargli la sofferenza.

Ricevuta la “verità”, i genitori di Lorenzo in seguito ad un normale trauma iniziale, si sono messi alla ricerca disperata di soluzioni. In questo senso l’impatto è stato molto forte, e il medico pur curando la comunicazione al meglio, non ha potuto evitare la formazione del trauma.

E’ però grazie alla verità che i genitori stessi si sono movimentati fin da subito a studiare questa malattia e non solo, ma a costituire parte attiva nella ricerca, attraverso un metodo apprezzabile dal punto di vista scientifico: studiando sui libri di medicina, vagliando casi clinici e sperimentazioni su animali nella cura di patologie metaboliche/degenerative simili…

Insomma, collaborando con la ricerca medica e non opponendosi, trovarono collaborazioni tra scienziati, per la selezione di quell’olio curativo che poi prese il nome di “Olio di Lorenzo”.

Generalmente però un paziente, o i genitori nel caso di un minore, ricevuta una dura diagnosi, non reagiscono come i genitori di Lorenzo, bensì seguono generalmente due strade: o si affidano al medico e seguono semplicemente la terapia consigliata -sia essa la cura mirata al cuore della patologia, sia essa una cura utile per alleviare il dolore o rallentare il decorso-, o si possono rifiutare di ascoltare la diagnosi e/o seguire la terapia, in questo caso se vengono ritenuti capaci di intendere e volere dal medico stesso, egli dovrà astenersi da qualsiasi attività.

Il punto comune, in qualsiasi decisione del paziente, è che egli si trova comunque nella parte “debole” del rapporto, pertanto, sempre secondo deontologia, ma anche per un normale buon senso, il medico deve ascoltare, capire, aiutare e confortare il malato in ogni caso, salvo che non esista più un rapporto di fiducia reciproca, che come ci rivela l’art. 40 “deve essere consapevole ed esplicito” .

Supporto e comprensione sono le parole chiave, in ogni caso. Talvolta il medico può sembrare freddo e distaccato, ma l’espediente non è criticabile, perché come ho avuto modo di imparare dalla psicologia, esiste una differenza fondamentale tra “empatia” e “contagio psicologico”. L’empatia è la prassi sana, esiste quando un medico o uno psicologo, affrontando il malessere di un'altra persona, riesce a mettersi nei panni dell’altro per capirlo e confortarlo con più sensibilità e poi subito riesce ad uscirne. Mentre il “contagio psicologico” avviene quando non si riesce ad uscire dal malessere dell’altro e lo si porta fuori dall’ambiente di lavoro. Pochi medici riescono ad esser empatici con i pazienti, pertanto al fine di evitar quel tipo di contagio, assumono questa maschera di freddezza, generalmente irreale.

Tutto questo esula dalla deontologia, ma deve esser una difficoltà che il medico dovrà metter in conto e su cui lavorare fin dall’inizio della sua professione.

Tornerò su questo punto tra poco, quando tratterò l’esperienza del reparto.

Per concludere con il riferimento al film, mi piace ricordare che nella ricerca, la certezza non esiste a priori, l’inconoscibile diventa conoscibile passo dopo passo, con pazienza e dedizione. Ci sono parecchie malattie che non dispongono oggi di una terapia efficace, ma non occorre arrivare ai livelli di forza dei genitori di Lorenzo, per assumere una posizione attiva di fronte ad una qualsiasi patologia. Medici o non medici, possiamo fare comunque qualcosa per qualcuno che soffre e farlo è già di per sé un elemento fondamentale per quella persona.

Ma soprattutto farlo nel rispetto dell’integrità del malato e della sua dignità.

 

LA PSICHIATRIA NEL TEMPO. PASSAGGI STORICI E NUOVI SVILUPPI (Tesina scritta per l'esame di Introduzione alla Medicina, 2014)

Pubblicato il 23 aprile 2015 alle 15.00 Comments commenti (0)


A female patient in restraining jacket Pilgrim Psychiatric Center Brentwood, NY 1938

Introduzione

Attraverso questo excursus storico, spesso dimenticato ma necessario, ho cercato di toccare i punti focali dello sviluppo della disciplina psichiatrica, fino a spingermi oltre le barriere virtuali innalzate tra psichiatria e psicologia clinica. E’ stata una sfida riuscire a ricostruire un puzzle così complesso in poche pagine. Lungi dall’aver esaustivamente trattato l’argomento, spero di aver toccato i punti più salienti di una storia controversa, ma anche affascinante. Oggi siamo, a mio avviso, ad un bivio dove da una parte la psichiatria potrà tornare a rifugiarsi nei dettami del modello biomedico e dall’altra potrà continuare il dialogo aperto da un paio di decenni con la psicologia clinica. Io credo che la seconda direzione sia la più costruttiva. Ora non ci resta che addentrarci in questo breve testo che descrive il lungo e tortuoso percorso della psichiatria.

La psichiatria “antica”. Dall’approccio Magico-Animistico alla Teoria degli Umori.

Agli albori della storia, il mondo mentale dell’uomo, sia nei suoi aspetti fisiologici che patologici, era totalmente misconosciuto. Gli antichi Egizi ponevano nel cuore la sede dei sintomi psichici e non facevano alcuna distinzione tra malattia fisica e mentale. Dalle pitture murali e dai papiri si è a conoscenza dell’utilizzo del papaverum sonniferum per le persone “depresse” [1]. Il papavero, come la valeriana e il calamo erano utilizzati anche dagli etruschi per affievolire i dolori e “disturbi riguardanti la testa”. Gli etruschi, inoltre, utilizzavano la tecnica della trapanazione del cranio per dare libero sfogo al demone impossessatosi del del folle [2]. Ai tempi dell’Antica Grecia, l’interpretazione magico-animistica spiegava l’eziopatogenesi della malattia mentale come uno stato di sofferenza globale, avvertita quale espressione di forze esterne e invisibili, dotate di intenzionalità [3]. Secondo una visione moralistica, la “follia” era un male che nasceva dalla condanna dell’uomo ribelle da parte di un Dio irato. I dispositivi di cura erano costituiti da “riti” che trasformavano qualcosa di definitivo per la persona, in qualcosa di “riparabile” [4]. Nel VI secolo a.C., in Grecia, l’interpretazione magico-animistica venne soppiantata dall'ideologia dei filosofi naturalisti di Mileto dediti alla ricerca di un principio unitario e originario (archè;), rintracciato nei quattro elementi (aria, acqua, fuoco e terra). Allo stesso modo del filosofo, il medico cercava un principio originario all’eterogeneità clinica. E’ proprio in questa fase storica che nacquero i termini indicanti uno stato psico-morboso, quali: isteria, ipocondria, mania e malinconia. Ippocrate introdusse il concetto che la malattia e la salute dipendessero da specifiche circostanze della vita umana e non da superiori interventi divini ("la divinità vive nel metabolismo del cervello stesso"[5]).

Gli stati mentali patologici, cosi come la malattia del corpo, dipendevano da una disarmonia umorale (Teoria degli Umori)[6]. Ad esempio, la depressione era dovuta ad un cervello più freddo e caratterizzata da “timore, paura, delirio di indemoniamento e di colpa e tendenza al suicidio, […] sintomi causati da un sangue intossicato dalla atra bilis” (bile nera). La depressione era descritta come un disturbo dell’umore sine causa. Dalla Scuola Ippocratica sono descritti anche casi di “frenite” (antico nome della psicosi) dove l’origine della condizione psicopatologica risiede in una “febbre ardente acuta” che riscalda il sangue e gli umori [5].

La psichiatria tra Medioevo e Rinascimento. Dalla superstizione all’isolamento sociale.

La più valida conquista del Medioevo nel campo della salute mentale fu data dal livello di organizzazione dell’assistenza ai malati che soffrivano di patologie psichiche. Tuttavia, i malati mentali venivano spesso associati a gente indemoniata, o sotto il controllo di qualche stregoneria. Per questo motivo si pensava che non dovessero essere curati da figure professionali mediche, bensì da sacerdoti e inquisitori [1]. Il Rinascimento non fece alcun passo avanti nel campo della psichiatria. Tuttavia, fu anche l’era della cosiddetta “prima rivoluzione psichiatrica”, tra i cui fautori possiamo ricordare nomi quali Johann Weyer e Paracelso. Con Weyer, la psichiatria si afferma come una branca della medicina basata sull’osservazione, sull’introspezione e la valutazione dell’esperienza personale. Paracelso sottolineava la base naturale delle malattie mentali proponendo una principale distinzione in cinque tipologie: epilessia, mania, “pazzia vera e propria”, ballo di San Vito e suffucatio intellectus. Egli introdusse la chimica come nuova e utilissima forma terapeutica per le malattie mentali, sebbene fosse ancora intrisa di alchimia [2]. Durante il ‘600 si assistette ad un ridimensionamento della caccia alle streghe e agli indemoniati. Tuttavia, allo stesso tempo la società iniziava il lento ma progressivo allontanamento del malato dalla comunità, verso un totale isolamento. Insieme a loro, v’erano altri soggetti con “disagio sociale”, come i poveri, i delinquenti, coloro che non sottostavano all'autorità della Chiesa e gli omosessuali. Anche nelle istituzioni a carattere religioso, come il St. Lazare di Parigi, i malati psichici venivano isolati dalla società [7]. Nel corso del XVIII secolo vennero fatti giganteschi passi avanti nel campo della psichiatria grazie alla straordinaria influenza dell'Illuminismo. Uno dei primi contributi fu la completa cancellazione del preconcetto che identificava il malato mentale con posseduto dal demonio. Inoltre, inizia a essere riconosciuta l'importanza della psicoterapia nel trattamento di tali malattie [1]. In diversi Paesi Europei famosi medici (tra i quali l’italiano Vincenzo Chiarugi) liberarono i malati mentali “dalle catene”, in nome di un trattamento più rispettoso della loro dignità [2]. Nei primi decenni dell’800, la psichiatria fu dominata dal movimento Romantico, dove si osservarono due schieramenti: coloro che consideravano le malattie mentali patologie pure dell’anima e coloro che intendevano la assimilavano esclusivamente alla loro componente somatica [1]. Wilhelm Griesinger espresse l'esigenza di conferire una localizzazione alle malattie psichiche nel cervello. Griesinger sosteneva, inoltre, che la maggior parte della vita psichica potesse aver luogo a livello inconscio. In maniera impercettibile, egli passa dalla fisiologia ad una primitiva analisi psicologica dell'esistenza umana. La terapia secondo Griesinger doveva essere umana e non brutale, l'obiettivo principale era quello di rafforzare e ricostruire la frammentata identità dell'Io [2].

Nel XVIII secolo, inoltre, furono concepiti i primi “asili per gli alienati” o “asili per folli” [6]. Da queste strutture derivano i manicomi e gli ospedali psichiatrici che, anche in Italia, sono stati la “casa”, o la “prigione”, per i malati durante gran parte del XX secolo. La segregazione dei pazienti era attuata a “salvaguardia delle persone civili e del pubblico decoro". Il manicomio era ritenuto di per sé luogo di cura, quasi uno spazio sacro, funzionante per il solo fatto di essere separato rigidamente dalla realtà esterna. Come osserva Canosa: “l’internamento in manicomio è stato sublimato dai tecnici della follia al punto tale da elevarlo a mezzo di cura della follia stessa”.[8]

La psichiatria dal Novecento a Oggi. Eterogeneità epistemologica e d’intervento.

Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, un fondamentale contributo è derivato dall'opera di Sigmund Freud. Freud, basandosi sugli studi da lui effettuati insieme a Jean-Martin Charcot e Joseph Breuer, elaborò il primo modello completo sulle malattie mentali e un approccio psicoterapeutico per il loro trattamento (Psicoanalisi) [9]. Negli stessi anni Jaspers, noto psichiatra tedesco, criticò il “sopravvento della tecnica sull'ascolto e sulla comprensione umana”, indicando come questo conduca sempre ad un “allontanamento della medicina dal suo contatto con la soggettività dei pazienti” e riconsiderando la necessità di integrare un approccio fenomenologico all'evidenza nosografica dei dati clinici [10]. Tuttavia, unitamente allo sviluppo della Psicoanalisi e della Psichiatria fenomenologica, nacquero la terapia elettro-convulsivante e la psicochirurgia (entrambe introdotte negli anni ‘30). Questi metodi riportarono la pratica psichiatrica verso un approccio più meccanicistico. Purtroppo, nella Germania nazista le conoscenze di psichiatria furono strumentali all'eliminazione di oppositori politici e all'attuazione di politiche eugenetiche [2]. Le atrocità di cui furono complici psichiatri e, più in generale, medici incaricati di "selezionare" i malati che dovevano subire l'eutanasia risuonano ancora oggi, come un grido di dolore nell’anima di tutti e fanno parte di un cattivo uso della medicina. Dal secondo dopoguerra, i progressi della ricerca nelle scienze del comportamento hanno dato origine a forme di psicoterapia che si sono dimostrate efficaci, nel ridurre o eliminare molte condizioni psicopatologiche, specie con il supporto della psicofarmacologia. A livello internazionale, nel 1948, venne fondata la World Federation for Mental Health (WFMH), che promosse iniziative governative per l'aumento dei fondi alle politiche di salute mentale. In Italia, nel 1978, Franco Basaglia portò nel Parlamento italiano una legge che prevedeva la chiusura degli ospedali psichiatrici e la cura dei malati negli ambulatori territoriali. La Legge 180/78, tuttora vigente, prevede il ricovero solo in caso di acuzie (presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, SPDC). La Legge Basaglia ha tentato di modificare la percezione sociale della malattia mentale e di riconoscere al paziente psichiatrico il diritto di trovare un’integrazione e un’adeguata collocazione nel vivere sociale [11]. Nel 1977, al classico modello biomedico si affiancò il modello biopsicosociale, introdotto da George Libman Engel. Questo modello nacque della concezione multidimensionale della salute descritta nel 1947 dal WHO (World Health Organization) e situò l’ammalato al centro di un ampio sistema influenzato da molteplici variabili. Esso, valorizzando gli aspetti psicologici e sociali, ha condotto ad un superamento delle vecchie prospettive e ha reso possibile, nella pratica operativa, lo sviluppo della psichiatria di liason (o di collegamento) e della psicologia clinica nei reparti ospedalieri [11].

In questa complessità, oggi è necessario un lavoro d’equipe dove i diversi professionisti della salute mentale sappiano parlare un linguaggio comune. Infine, si stanno sviluppando moltissimi progetti di ricerca, in ottica sia terapeutica che preventiva, sul disagio psichico correlato a fattori biologici o eventi di vita traumatici.

Conclusioni Nel corso della storia della Psichiatria, è avvenuta una particolare transizione percettiva della rappresentazione della malattia mentale e con essa un cambiamento delle strutture di cura e delle figure professionali addette alla presa in carico del malato. Nonostante la persistenza di qualche tabù, oggi possiamo dire che il paziente di uno psichiatra o di uno psicologo specializzato in psicologia clinico/psicoterapia è una persona che porta una sofferenza complessa ad eziologia multifattoriale. Le barriere comunicative, sorte da preconcetti e influssi epistemologici diversi tra mondo medico e psicologico, nonché tra “medici del corpo” e “medici della psiche”, non hanno fruttato ad una sana integrazione tra le discipline “del corpo “ e quelle “della mente”, creando una frattura profonda. Ci troviamo oggi in un momento storico che ha favorito tecniche sempre più evolute e costose, tecniche “capaci di salvare le vite ma non le anime”, oserei dire. D’altro canto, siamo anche in un periodo sensibile al concetto di “umanizzazione delle cure”[12] e alla volontà di lasciarci alle spalle la realtà storica delle “istituzioni totali”[8]. Lanciando uno sguardo al futuro, non posso che sperare in una maggior comunicazione, interazione e coesione tra professionisti della salute (in senso globale), per il bene di tutti i pazienti e dei loro familiari, al fine di superare l’era del dualismo mente-corpo, natura-cultura.

Bibliografia

[1] Civita A, Cosenza D. La cura della malattia mentale. Vol. 1: Storia ed epistemologia. Milano: Bruno Mondadori Editore, 1999.

[2] De Caro D. La psichiatria attraverso i secoli. Dagli interventi magico-animistici dei tempi remoti agli indirizzi antistituzionali e psicosociali dell’epoca attuale. Napoli: Idelson-Gnocchi,1997.

[3] Frazer JG. Il ramo d'oro. Studio sulla magia e la religione. Torino: Bollati Boringhieri, 1990.

[4] Nathan T, Stengers I. Medici e stregoni. Torino: Bollati Boringhieri, 1996.

[5] Ippocrate. Aforismi e Giuramento. Introduzione di Massimo Baldini, traduzione di Marco Tullio Malato. Roma: Tascabili Economici Newton, 1994.

[6] Armocida G, Zanobio B. Storia della Medicina. Seconda edizione aggiornata. Milano: Biblioteca Masson, 2013.

[7] Carricaburu D, Menoret M. Sociologia della salute. Bologna: Il Mulino, 2007.

[8] Canosa R. Storia del manicomio in Italia da prima dell'Unità a oggi. Milano: Feltrinelli, 1982.

[9] Freud S. Introduzione alla psicoanalisi. Collana «I Grandi Pensatori». Torino: Bollati Boringhieri, 2012.

[10] Jaspers K. Psicopatologia generale. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2000.

[11] Clerici CA, Veneroni L. La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli di intervento. Bologna: Il Mulino, 2014.

[12] Testo proposta Patto per la Salute (2014-2016). Art. 4 Umanizzazione delle cure. http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=3819410.pdf Disponibilità verificata in data 19 gennaio 2015

RECENSIONE DI S.COLIZZI AL LIBRO "LA PSICOLOGIA CLINICA IN OSPEDALE" DI C.A. CLERICI E LAURA VENERONI (Articolo scritto per rivista "Doppio Sogno", 2014

Pubblicato il 23 aprile 2015 alle 14.35 Comments commenti (0)

“La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli d’intervento”

di Carlo Alfredo Clerici* e Laura Veneroni**.

Il Mulino, 2014

Recensione a cura di: Silvia Colizzi

La lettura del libro “La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli d’intervento” (2014), di Carlo Alfredo Clerici e Laura Veneroni, genera senza dubbio riflessioni dinamiche sull’attuale condizione dei professionisti della salute mentale che lavorano in setting ospedaliero o, in generale, con i pazienti affetti da patologie organiche.

Da questo libro si possono estrapolare apporti conoscitivi in merito a risultati di studi empirici, agli aspetti psicodinamici della psicologia clinica ospedaliera, alle caratteristiche del team multidisciplinare che lavora in questo contesto e, infine, in merito alla centralità del “Modello Bio-Psico-Sociale”, introdotto da George Libman Engel nel 1977. Tale modello nasce della concezione multidimensionale della salute descritta nel 1947 dal WHO (World Health Organization) e pone l’ammalato al centro di un ampio sistema influenzato da molteplici variabili. Il libro descrive perché, nonostante la sua rilevanza teorica, questo modello abbia trovato una reale applicabilità nel Sistema Sanitario Nazionale solo negli ultimi decenni.

In questo manuale c’è il valore aggiunto della critica e del “parlare senza timore” di una realtà difficile, illogica per alcuni versi, contraddittoria e poco meritocratica, senza mai cadere nella retorica e nella colpevolizzazione esterna. Una sorta di “locus of control interno” e un autocritica costante, nonostante le evidenti pecche del sistema.

Gli “itinerari” del primo capitolo fanno già percepire che in quest’opera è stato utilizzato un approccio riflessivo in senso positivo e costruttivo. Viene valorizzata la critica fatta da Jaspers nella prima metà del secolo scorso verso il “sopravvento della tecnica sull’ascolto e sulla comprensione umana”, che portò ad un “allontanamento della medicina dal suo contatto con la soggettività dei pazienti” e alla necessità di integrare un approccio fenomenologico alla scientificità e all’evidenza dei dati clinici.

In seguito, il libro attraversa brevemente la storia della psichiatria, ricordando come la riforma apportata dalla Legge numero 180 del 13 maggio 1978 (comunemente conosciuta come “Legge Basaglia”;) abbia tentato di modificare la percezione sociale della malattia mentale. Da “follia” e “pericolo”, la sofferenza psichica doveva diventare “un’alternativa dimensione della mente”, in senso non più solo categoriale ma potenzialmente dimensionale. Essa, se seguita e trattata, doveva poter trovare finalmente integrazione nel vivere sociale.

La valorizzazione degli aspetti psicologici e sociali ha condotto ad un superamento delle vecchie prospettive e ha reso possibile lo sviluppo dell’integrazione del modello biopsicosociale nel modello biomedico. Le conseguenze nella pratica operativa sono state la psichiatria di “liason” e la psicologia clinica nei setting ospedalieri.

Inoltre, risulta interessante il focus sulle ragioni culturali legate alla svalutazione della psichiatria come “scienza per i matti” e inizialmente segregata rispetto agli ospedali generali, ma anche alla svalutazione della psicologia, difficilmente riconosciuta allo stato delle altre scienze. Aspetti come questi non hanno fruttato ad una sana integrazione tra le discipline “del corpo “ e quelle “della mente”, creando una frattura profonda. Tale frattura è aumentata a seguito del blocco, avvenuto negli ultimi anni, degli accessi alle scuole di specializzazione in Psicologia Clinica ai laureati in Medicina e Chirurgia, rimanendo un privilegio dei soli psicologi. Questo fatto, visto inizialmente con fiducia e speranza dall’Ordine degli Psicologi, ha ostruito i piccoli spazi entro i quali era ancora fertile il dialogo.

Dunque, ci troviamo oggi in un momento storico che per ragioni economiche e la conseguente commercializzazione del Sistema Sanitario Nazionale ha reso necessario un’ottimizzazione delle spese a favore di tecniche sempre più evolute e costose, tecniche “capaci di salvare le vite ma non le anime”, oserei dire.

Nel secondo capitolo, il libro descrive uno degli aspetti focali della psicologia clinica: la diagnosi, declinata nel setting ospedaliero. Viene sottolineata l’importanza di una visione olistica del paziente, possibile nei termini descritti dal libro a pag. 42, “dando un nome alla sofferenza, comprendendone la declinazione psicobiologica, psicologica, relazionale, traumatica, esistenziale, comunicativa, spirituale e altro ancora”. Inoltre, viene ricordato che la “correlazione” tra gli aspetti psicologici e organici non è “causazione” (non segue una relazione lineare di causa-effetto) e può avere diverse direzionalità, ad esempio l’adattamento emotivo e comportamentale alla malattia può accompagnarsi a uno stato di demoralizzazione, oppure implicare squilibri neurotrasmettitoriali tali da generare una vera e propria sindrome depressiva, in questo caso dovuta a condizione medica generale. Non solo la patologia in sé può dare conseguenze psicologiche, ma anche le terapie. Ad esempio, i chemioterapici possono creare un “effetto neurotossico” e generare disturbi cognitivi e comportamentali.

L’interazione tra corpo e mente è una matassa difficile da districare, ma deve sempre esser messa in primo piano per effettuare una “diagnosi” intesa in senso etimologico, dove “dia” sta per “mezzo-attraverso” e “gnosis” per “cognizione-conoscenza”, dunque “per mezzo della conoscenza”, una conoscenza mai lineare e sempre complessa.

 

Nel terzo capitolo, quello sui “modelli d’intervento”, vengono descritte le caratteristiche del team multidisciplinare e dei principali destinatari dell’intervento. I pazienti seguiti dai team di psicologia clinica ospedaliera possono essere dei soggetti con disturbi psichiatrici (compreso l’abuso di sostanze) ricoverati in ospedale per una qualsiasi patologia somatica, soggetti con quadri psicosomatici, disturbi funzionali e disturbi fittizi ed infine, pazienti con quadri di difficile adattamento alla patologia organica o quadri psicopatologici reattivi.

Il paziente con malattie e/o sintomi organici in ospedale deve poter ricevere sopporto psicologico, sociale e psicofarmacologico, oltre alla cura biologica e/o chirurgica per la malattia organica di cui soffre. Devono esser inoltre previsti piani di intervento psicologico anche per i familiari e i “caregivers”. Inoltre, essendo necessario un lavoro d’equipe, i diversi professionisti devono saper parlare un linguaggio comune. Ad esempio, anche lo psicologo clinico dovrà essere a conoscenza delle interazioni tra farmaci e sintomi psicopatologici e possedere nozioni biologiche sufficienti in base alle patologie trattate nel reparto in cui lavora. Infine, l’attenzione agli aspetti protettivi e preventivi nei confronti della malattia rivestirà un’importanza fondamentale, in un ottica di salute intesa non solo come assenza di malattia.

Questo capitolo fa riflettere sull’importanza dell’integrazione tra le diverse conoscenze professionali, sviluppando l’idea che prima di tutto tale integrazione debba avvenire all’interno di ciascun clinico e dopo tra i membri dell’equipe, altrimenti il team sarà un puzzle con conoscenze parcellizzate e l’integrazione rimarrà solo ad un livello superficiale.

 

“Accogliere, accompagnare, comunicare e costruire una relazione” è il titolo del primo paragrafo del quarto capitolo dedicato alle “tecniche d’intervento”. In esso si trovano i principi di base dell’umanizzazione delle cure, fondamentali in una medicina che si è progressivamente allontanata dalla concezione delle “istituzioni totali”, dove gli aspetti organizzativi e il gergo comunicativo erano mutuati dall’ambiente militare, a partire dai concetti oggi ancora vivi, quali “reparti”, “divisioni”, fino ad arrivare ad una comunicazione interpersonale fredda e direttiva, oggi parzialmente superata.

In questo capitolo, vengono descritte le peculiarità del “primo colloquio” con il paziente, le caratteristiche dei colloqui in setting ospedaliero, la comunicazione della diagnosi e della prognosi, gli aspetti psicologici legati alla “compliance” e al rifiuto dei trattamenti. Infine, si parla dell’assistenza dei malati in fase terminale e il supporto ai familiari. Il libro ci ricorda, attraverso le parole di Chochinov che “l’obiettivo delle cure integrate alla fine della vita è mantenere la “dignità” della persona, termine senz’altro migliore di qualità della vita”, (“Dignity-conserving care- a new model for palliative care”, Chochinov, 2002).

 

“La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli d’intervento” è un libro di agile lettura che non ha tra i suoi destinatari solo gli studenti di Psicologia o di altre professioni sanitarie. Racconta un excursus storico spesso dimenticato ma necessario per comprendere la realtà italiana della Psicologia Clinica in setting ospedaliero, una professione che andrebbe valorizzata per il bene dei pazienti, degli operatori sanitari e, in ultima analisi, anche della spesa sanitaria.

Dr.ssa Silvia Colizzi

Psicologa, esperta in psicologia clinica della salute, neuropsicologia e scienze della comunicazione.

 

* Dr. Carlo Alfredo Clerici, medico specialista in psicologia clinica, psicoterapeuta, ricercatore nel Dipartimento di Fisiopatologia Medico-Chirurgica e dei Trapianti dell’Università degli Studi di Milano e dirigente medico nella SSD Psicologia Clinica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

** Dr.ssa Laura Veneroni, psicologa e specialista in psicologia clinica, psicoterapeuta, è dottoranda di ricerca all’Università degli Studi di Milano.

 


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