Psicologia clinica e della salute per adolescenti, giovani adulti e adulti, 
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Neuropsicologia anziani con disturbi cognitivo-neurologici.

Dr.ssa Silvia Colizzi, Psicologa 

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Articoli e recensioni

RECENSIONE DI S.COLIZZI AL LIBRO "LA PSICOLOGIA CLINICA IN OSPEDALE" DI C.A. CLERICI E LAURA VENERONI (Articolo scritto per rivista "Doppio Sogno", 2014

Pubblicato il 23 aprile 2015 alle 14.35

“La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli d’intervento”

di Carlo Alfredo Clerici* e Laura Veneroni**.

Il Mulino, 2014

Recensione a cura di: Silvia Colizzi

La lettura del libro “La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli d’intervento” (2014), di Carlo Alfredo Clerici e Laura Veneroni, genera senza dubbio riflessioni dinamiche sull’attuale condizione dei professionisti della salute mentale che lavorano in setting ospedaliero o, in generale, con i pazienti affetti da patologie organiche.

Da questo libro si possono estrapolare apporti conoscitivi in merito a risultati di studi empirici, agli aspetti psicodinamici della psicologia clinica ospedaliera, alle caratteristiche del team multidisciplinare che lavora in questo contesto e, infine, in merito alla centralità del “Modello Bio-Psico-Sociale”, introdotto da George Libman Engel nel 1977. Tale modello nasce della concezione multidimensionale della salute descritta nel 1947 dal WHO (World Health Organization) e pone l’ammalato al centro di un ampio sistema influenzato da molteplici variabili. Il libro descrive perché, nonostante la sua rilevanza teorica, questo modello abbia trovato una reale applicabilità nel Sistema Sanitario Nazionale solo negli ultimi decenni.

In questo manuale c’è il valore aggiunto della critica e del “parlare senza timore” di una realtà difficile, illogica per alcuni versi, contraddittoria e poco meritocratica, senza mai cadere nella retorica e nella colpevolizzazione esterna. Una sorta di “locus of control interno” e un autocritica costante, nonostante le evidenti pecche del sistema.

Gli “itinerari” del primo capitolo fanno già percepire che in quest’opera è stato utilizzato un approccio riflessivo in senso positivo e costruttivo. Viene valorizzata la critica fatta da Jaspers nella prima metà del secolo scorso verso il “sopravvento della tecnica sull’ascolto e sulla comprensione umana”, che portò ad un “allontanamento della medicina dal suo contatto con la soggettività dei pazienti” e alla necessità di integrare un approccio fenomenologico alla scientificità e all’evidenza dei dati clinici.

In seguito, il libro attraversa brevemente la storia della psichiatria, ricordando come la riforma apportata dalla Legge numero 180 del 13 maggio 1978 (comunemente conosciuta come “Legge Basaglia”;) abbia tentato di modificare la percezione sociale della malattia mentale. Da “follia” e “pericolo”, la sofferenza psichica doveva diventare “un’alternativa dimensione della mente”, in senso non più solo categoriale ma potenzialmente dimensionale. Essa, se seguita e trattata, doveva poter trovare finalmente integrazione nel vivere sociale.

La valorizzazione degli aspetti psicologici e sociali ha condotto ad un superamento delle vecchie prospettive e ha reso possibile lo sviluppo dell’integrazione del modello biopsicosociale nel modello biomedico. Le conseguenze nella pratica operativa sono state la psichiatria di “liason” e la psicologia clinica nei setting ospedalieri.

Inoltre, risulta interessante il focus sulle ragioni culturali legate alla svalutazione della psichiatria come “scienza per i matti” e inizialmente segregata rispetto agli ospedali generali, ma anche alla svalutazione della psicologia, difficilmente riconosciuta allo stato delle altre scienze. Aspetti come questi non hanno fruttato ad una sana integrazione tra le discipline “del corpo “ e quelle “della mente”, creando una frattura profonda. Tale frattura è aumentata a seguito del blocco, avvenuto negli ultimi anni, degli accessi alle scuole di specializzazione in Psicologia Clinica ai laureati in Medicina e Chirurgia, rimanendo un privilegio dei soli psicologi. Questo fatto, visto inizialmente con fiducia e speranza dall’Ordine degli Psicologi, ha ostruito i piccoli spazi entro i quali era ancora fertile il dialogo.

Dunque, ci troviamo oggi in un momento storico che per ragioni economiche e la conseguente commercializzazione del Sistema Sanitario Nazionale ha reso necessario un’ottimizzazione delle spese a favore di tecniche sempre più evolute e costose, tecniche “capaci di salvare le vite ma non le anime”, oserei dire.

Nel secondo capitolo, il libro descrive uno degli aspetti focali della psicologia clinica: la diagnosi, declinata nel setting ospedaliero. Viene sottolineata l’importanza di una visione olistica del paziente, possibile nei termini descritti dal libro a pag. 42, “dando un nome alla sofferenza, comprendendone la declinazione psicobiologica, psicologica, relazionale, traumatica, esistenziale, comunicativa, spirituale e altro ancora”. Inoltre, viene ricordato che la “correlazione” tra gli aspetti psicologici e organici non è “causazione” (non segue una relazione lineare di causa-effetto) e può avere diverse direzionalità, ad esempio l’adattamento emotivo e comportamentale alla malattia può accompagnarsi a uno stato di demoralizzazione, oppure implicare squilibri neurotrasmettitoriali tali da generare una vera e propria sindrome depressiva, in questo caso dovuta a condizione medica generale. Non solo la patologia in sé può dare conseguenze psicologiche, ma anche le terapie. Ad esempio, i chemioterapici possono creare un “effetto neurotossico” e generare disturbi cognitivi e comportamentali.

L’interazione tra corpo e mente è una matassa difficile da districare, ma deve sempre esser messa in primo piano per effettuare una “diagnosi” intesa in senso etimologico, dove “dia” sta per “mezzo-attraverso” e “gnosis” per “cognizione-conoscenza”, dunque “per mezzo della conoscenza”, una conoscenza mai lineare e sempre complessa.

 

Nel terzo capitolo, quello sui “modelli d’intervento”, vengono descritte le caratteristiche del team multidisciplinare e dei principali destinatari dell’intervento. I pazienti seguiti dai team di psicologia clinica ospedaliera possono essere dei soggetti con disturbi psichiatrici (compreso l’abuso di sostanze) ricoverati in ospedale per una qualsiasi patologia somatica, soggetti con quadri psicosomatici, disturbi funzionali e disturbi fittizi ed infine, pazienti con quadri di difficile adattamento alla patologia organica o quadri psicopatologici reattivi.

Il paziente con malattie e/o sintomi organici in ospedale deve poter ricevere sopporto psicologico, sociale e psicofarmacologico, oltre alla cura biologica e/o chirurgica per la malattia organica di cui soffre. Devono esser inoltre previsti piani di intervento psicologico anche per i familiari e i “caregivers”. Inoltre, essendo necessario un lavoro d’equipe, i diversi professionisti devono saper parlare un linguaggio comune. Ad esempio, anche lo psicologo clinico dovrà essere a conoscenza delle interazioni tra farmaci e sintomi psicopatologici e possedere nozioni biologiche sufficienti in base alle patologie trattate nel reparto in cui lavora. Infine, l’attenzione agli aspetti protettivi e preventivi nei confronti della malattia rivestirà un’importanza fondamentale, in un ottica di salute intesa non solo come assenza di malattia.

Questo capitolo fa riflettere sull’importanza dell’integrazione tra le diverse conoscenze professionali, sviluppando l’idea che prima di tutto tale integrazione debba avvenire all’interno di ciascun clinico e dopo tra i membri dell’equipe, altrimenti il team sarà un puzzle con conoscenze parcellizzate e l’integrazione rimarrà solo ad un livello superficiale.

 

“Accogliere, accompagnare, comunicare e costruire una relazione” è il titolo del primo paragrafo del quarto capitolo dedicato alle “tecniche d’intervento”. In esso si trovano i principi di base dell’umanizzazione delle cure, fondamentali in una medicina che si è progressivamente allontanata dalla concezione delle “istituzioni totali”, dove gli aspetti organizzativi e il gergo comunicativo erano mutuati dall’ambiente militare, a partire dai concetti oggi ancora vivi, quali “reparti”, “divisioni”, fino ad arrivare ad una comunicazione interpersonale fredda e direttiva, oggi parzialmente superata.

In questo capitolo, vengono descritte le peculiarità del “primo colloquio” con il paziente, le caratteristiche dei colloqui in setting ospedaliero, la comunicazione della diagnosi e della prognosi, gli aspetti psicologici legati alla “compliance” e al rifiuto dei trattamenti. Infine, si parla dell’assistenza dei malati in fase terminale e il supporto ai familiari. Il libro ci ricorda, attraverso le parole di Chochinov che “l’obiettivo delle cure integrate alla fine della vita è mantenere la “dignità” della persona, termine senz’altro migliore di qualità della vita”, (“Dignity-conserving care- a new model for palliative care”, Chochinov, 2002).

 

“La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli d’intervento” è un libro di agile lettura che non ha tra i suoi destinatari solo gli studenti di Psicologia o di altre professioni sanitarie. Racconta un excursus storico spesso dimenticato ma necessario per comprendere la realtà italiana della Psicologia Clinica in setting ospedaliero, una professione che andrebbe valorizzata per il bene dei pazienti, degli operatori sanitari e, in ultima analisi, anche della spesa sanitaria.

Dr.ssa Silvia Colizzi

Psicologa, esperta in psicologia clinica della salute, neuropsicologia e scienze della comunicazione.

 

* Dr. Carlo Alfredo Clerici, medico specialista in psicologia clinica, psicoterapeuta, ricercatore nel Dipartimento di Fisiopatologia Medico-Chirurgica e dei Trapianti dell’Università degli Studi di Milano e dirigente medico nella SSD Psicologia Clinica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

** Dr.ssa Laura Veneroni, psicologa e specialista in psicologia clinica, psicoterapeuta, è dottoranda di ricerca all’Università degli Studi di Milano.

 

Categorie: Psicologia della salute/ospedaliera

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