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Articoli e recensioni

LA PSICHIATRIA NEL TEMPO. PASSAGGI STORICI E NUOVI SVILUPPI (Tesina scritta per l'esame di Introduzione alla Medicina, 2014)

Pubblicato il 23 aprile 2015 alle 15.00


A female patient in restraining jacket Pilgrim Psychiatric Center Brentwood, NY 1938

Introduzione

Attraverso questo excursus storico, spesso dimenticato ma necessario, ho cercato di toccare i punti focali dello sviluppo della disciplina psichiatrica, fino a spingermi oltre le barriere virtuali innalzate tra psichiatria e psicologia clinica. E’ stata una sfida riuscire a ricostruire un puzzle così complesso in poche pagine. Lungi dall’aver esaustivamente trattato l’argomento, spero di aver toccato i punti più salienti di una storia controversa, ma anche affascinante. Oggi siamo, a mio avviso, ad un bivio dove da una parte la psichiatria potrà tornare a rifugiarsi nei dettami del modello biomedico e dall’altra potrà continuare il dialogo aperto da un paio di decenni con la psicologia clinica. Io credo che la seconda direzione sia la più costruttiva. Ora non ci resta che addentrarci in questo breve testo che descrive il lungo e tortuoso percorso della psichiatria.

La psichiatria “antica”. Dall’approccio Magico-Animistico alla Teoria degli Umori.

Agli albori della storia, il mondo mentale dell’uomo, sia nei suoi aspetti fisiologici che patologici, era totalmente misconosciuto. Gli antichi Egizi ponevano nel cuore la sede dei sintomi psichici e non facevano alcuna distinzione tra malattia fisica e mentale. Dalle pitture murali e dai papiri si è a conoscenza dell’utilizzo del papaverum sonniferum per le persone “depresse” [1]. Il papavero, come la valeriana e il calamo erano utilizzati anche dagli etruschi per affievolire i dolori e “disturbi riguardanti la testa”. Gli etruschi, inoltre, utilizzavano la tecnica della trapanazione del cranio per dare libero sfogo al demone impossessatosi del del folle [2]. Ai tempi dell’Antica Grecia, l’interpretazione magico-animistica spiegava l’eziopatogenesi della malattia mentale come uno stato di sofferenza globale, avvertita quale espressione di forze esterne e invisibili, dotate di intenzionalità [3]. Secondo una visione moralistica, la “follia” era un male che nasceva dalla condanna dell’uomo ribelle da parte di un Dio irato. I dispositivi di cura erano costituiti da “riti” che trasformavano qualcosa di definitivo per la persona, in qualcosa di “riparabile” [4]. Nel VI secolo a.C., in Grecia, l’interpretazione magico-animistica venne soppiantata dall'ideologia dei filosofi naturalisti di Mileto dediti alla ricerca di un principio unitario e originario (archè;), rintracciato nei quattro elementi (aria, acqua, fuoco e terra). Allo stesso modo del filosofo, il medico cercava un principio originario all’eterogeneità clinica. E’ proprio in questa fase storica che nacquero i termini indicanti uno stato psico-morboso, quali: isteria, ipocondria, mania e malinconia. Ippocrate introdusse il concetto che la malattia e la salute dipendessero da specifiche circostanze della vita umana e non da superiori interventi divini ("la divinità vive nel metabolismo del cervello stesso"[5]).

Gli stati mentali patologici, cosi come la malattia del corpo, dipendevano da una disarmonia umorale (Teoria degli Umori)[6]. Ad esempio, la depressione era dovuta ad un cervello più freddo e caratterizzata da “timore, paura, delirio di indemoniamento e di colpa e tendenza al suicidio, […] sintomi causati da un sangue intossicato dalla atra bilis” (bile nera). La depressione era descritta come un disturbo dell’umore sine causa. Dalla Scuola Ippocratica sono descritti anche casi di “frenite” (antico nome della psicosi) dove l’origine della condizione psicopatologica risiede in una “febbre ardente acuta” che riscalda il sangue e gli umori [5].

La psichiatria tra Medioevo e Rinascimento. Dalla superstizione all’isolamento sociale.

La più valida conquista del Medioevo nel campo della salute mentale fu data dal livello di organizzazione dell’assistenza ai malati che soffrivano di patologie psichiche. Tuttavia, i malati mentali venivano spesso associati a gente indemoniata, o sotto il controllo di qualche stregoneria. Per questo motivo si pensava che non dovessero essere curati da figure professionali mediche, bensì da sacerdoti e inquisitori [1]. Il Rinascimento non fece alcun passo avanti nel campo della psichiatria. Tuttavia, fu anche l’era della cosiddetta “prima rivoluzione psichiatrica”, tra i cui fautori possiamo ricordare nomi quali Johann Weyer e Paracelso. Con Weyer, la psichiatria si afferma come una branca della medicina basata sull’osservazione, sull’introspezione e la valutazione dell’esperienza personale. Paracelso sottolineava la base naturale delle malattie mentali proponendo una principale distinzione in cinque tipologie: epilessia, mania, “pazzia vera e propria”, ballo di San Vito e suffucatio intellectus. Egli introdusse la chimica come nuova e utilissima forma terapeutica per le malattie mentali, sebbene fosse ancora intrisa di alchimia [2]. Durante il ‘600 si assistette ad un ridimensionamento della caccia alle streghe e agli indemoniati. Tuttavia, allo stesso tempo la società iniziava il lento ma progressivo allontanamento del malato dalla comunità, verso un totale isolamento. Insieme a loro, v’erano altri soggetti con “disagio sociale”, come i poveri, i delinquenti, coloro che non sottostavano all'autorità della Chiesa e gli omosessuali. Anche nelle istituzioni a carattere religioso, come il St. Lazare di Parigi, i malati psichici venivano isolati dalla società [7]. Nel corso del XVIII secolo vennero fatti giganteschi passi avanti nel campo della psichiatria grazie alla straordinaria influenza dell'Illuminismo. Uno dei primi contributi fu la completa cancellazione del preconcetto che identificava il malato mentale con posseduto dal demonio. Inoltre, inizia a essere riconosciuta l'importanza della psicoterapia nel trattamento di tali malattie [1]. In diversi Paesi Europei famosi medici (tra i quali l’italiano Vincenzo Chiarugi) liberarono i malati mentali “dalle catene”, in nome di un trattamento più rispettoso della loro dignità [2]. Nei primi decenni dell’800, la psichiatria fu dominata dal movimento Romantico, dove si osservarono due schieramenti: coloro che consideravano le malattie mentali patologie pure dell’anima e coloro che intendevano la assimilavano esclusivamente alla loro componente somatica [1]. Wilhelm Griesinger espresse l'esigenza di conferire una localizzazione alle malattie psichiche nel cervello. Griesinger sosteneva, inoltre, che la maggior parte della vita psichica potesse aver luogo a livello inconscio. In maniera impercettibile, egli passa dalla fisiologia ad una primitiva analisi psicologica dell'esistenza umana. La terapia secondo Griesinger doveva essere umana e non brutale, l'obiettivo principale era quello di rafforzare e ricostruire la frammentata identità dell'Io [2].

Nel XVIII secolo, inoltre, furono concepiti i primi “asili per gli alienati” o “asili per folli” [6]. Da queste strutture derivano i manicomi e gli ospedali psichiatrici che, anche in Italia, sono stati la “casa”, o la “prigione”, per i malati durante gran parte del XX secolo. La segregazione dei pazienti era attuata a “salvaguardia delle persone civili e del pubblico decoro". Il manicomio era ritenuto di per sé luogo di cura, quasi uno spazio sacro, funzionante per il solo fatto di essere separato rigidamente dalla realtà esterna. Come osserva Canosa: “l’internamento in manicomio è stato sublimato dai tecnici della follia al punto tale da elevarlo a mezzo di cura della follia stessa”.[8]

La psichiatria dal Novecento a Oggi. Eterogeneità epistemologica e d’intervento.

Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, un fondamentale contributo è derivato dall'opera di Sigmund Freud. Freud, basandosi sugli studi da lui effettuati insieme a Jean-Martin Charcot e Joseph Breuer, elaborò il primo modello completo sulle malattie mentali e un approccio psicoterapeutico per il loro trattamento (Psicoanalisi) [9]. Negli stessi anni Jaspers, noto psichiatra tedesco, criticò il “sopravvento della tecnica sull'ascolto e sulla comprensione umana”, indicando come questo conduca sempre ad un “allontanamento della medicina dal suo contatto con la soggettività dei pazienti” e riconsiderando la necessità di integrare un approccio fenomenologico all'evidenza nosografica dei dati clinici [10]. Tuttavia, unitamente allo sviluppo della Psicoanalisi e della Psichiatria fenomenologica, nacquero la terapia elettro-convulsivante e la psicochirurgia (entrambe introdotte negli anni ‘30). Questi metodi riportarono la pratica psichiatrica verso un approccio più meccanicistico. Purtroppo, nella Germania nazista le conoscenze di psichiatria furono strumentali all'eliminazione di oppositori politici e all'attuazione di politiche eugenetiche [2]. Le atrocità di cui furono complici psichiatri e, più in generale, medici incaricati di "selezionare" i malati che dovevano subire l'eutanasia risuonano ancora oggi, come un grido di dolore nell’anima di tutti e fanno parte di un cattivo uso della medicina. Dal secondo dopoguerra, i progressi della ricerca nelle scienze del comportamento hanno dato origine a forme di psicoterapia che si sono dimostrate efficaci, nel ridurre o eliminare molte condizioni psicopatologiche, specie con il supporto della psicofarmacologia. A livello internazionale, nel 1948, venne fondata la World Federation for Mental Health (WFMH), che promosse iniziative governative per l'aumento dei fondi alle politiche di salute mentale. In Italia, nel 1978, Franco Basaglia portò nel Parlamento italiano una legge che prevedeva la chiusura degli ospedali psichiatrici e la cura dei malati negli ambulatori territoriali. La Legge 180/78, tuttora vigente, prevede il ricovero solo in caso di acuzie (presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, SPDC). La Legge Basaglia ha tentato di modificare la percezione sociale della malattia mentale e di riconoscere al paziente psichiatrico il diritto di trovare un’integrazione e un’adeguata collocazione nel vivere sociale [11]. Nel 1977, al classico modello biomedico si affiancò il modello biopsicosociale, introdotto da George Libman Engel. Questo modello nacque della concezione multidimensionale della salute descritta nel 1947 dal WHO (World Health Organization) e situò l’ammalato al centro di un ampio sistema influenzato da molteplici variabili. Esso, valorizzando gli aspetti psicologici e sociali, ha condotto ad un superamento delle vecchie prospettive e ha reso possibile, nella pratica operativa, lo sviluppo della psichiatria di liason (o di collegamento) e della psicologia clinica nei reparti ospedalieri [11].

In questa complessità, oggi è necessario un lavoro d’equipe dove i diversi professionisti della salute mentale sappiano parlare un linguaggio comune. Infine, si stanno sviluppando moltissimi progetti di ricerca, in ottica sia terapeutica che preventiva, sul disagio psichico correlato a fattori biologici o eventi di vita traumatici.

Conclusioni Nel corso della storia della Psichiatria, è avvenuta una particolare transizione percettiva della rappresentazione della malattia mentale e con essa un cambiamento delle strutture di cura e delle figure professionali addette alla presa in carico del malato. Nonostante la persistenza di qualche tabù, oggi possiamo dire che il paziente di uno psichiatra o di uno psicologo specializzato in psicologia clinico/psicoterapia è una persona che porta una sofferenza complessa ad eziologia multifattoriale. Le barriere comunicative, sorte da preconcetti e influssi epistemologici diversi tra mondo medico e psicologico, nonché tra “medici del corpo” e “medici della psiche”, non hanno fruttato ad una sana integrazione tra le discipline “del corpo “ e quelle “della mente”, creando una frattura profonda. Ci troviamo oggi in un momento storico che ha favorito tecniche sempre più evolute e costose, tecniche “capaci di salvare le vite ma non le anime”, oserei dire. D’altro canto, siamo anche in un periodo sensibile al concetto di “umanizzazione delle cure”[12] e alla volontà di lasciarci alle spalle la realtà storica delle “istituzioni totali”[8]. Lanciando uno sguardo al futuro, non posso che sperare in una maggior comunicazione, interazione e coesione tra professionisti della salute (in senso globale), per il bene di tutti i pazienti e dei loro familiari, al fine di superare l’era del dualismo mente-corpo, natura-cultura.

Bibliografia

[1] Civita A, Cosenza D. La cura della malattia mentale. Vol. 1: Storia ed epistemologia. Milano: Bruno Mondadori Editore, 1999.

[2] De Caro D. La psichiatria attraverso i secoli. Dagli interventi magico-animistici dei tempi remoti agli indirizzi antistituzionali e psicosociali dell’epoca attuale. Napoli: Idelson-Gnocchi,1997.

[3] Frazer JG. Il ramo d'oro. Studio sulla magia e la religione. Torino: Bollati Boringhieri, 1990.

[4] Nathan T, Stengers I. Medici e stregoni. Torino: Bollati Boringhieri, 1996.

[5] Ippocrate. Aforismi e Giuramento. Introduzione di Massimo Baldini, traduzione di Marco Tullio Malato. Roma: Tascabili Economici Newton, 1994.

[6] Armocida G, Zanobio B. Storia della Medicina. Seconda edizione aggiornata. Milano: Biblioteca Masson, 2013.

[7] Carricaburu D, Menoret M. Sociologia della salute. Bologna: Il Mulino, 2007.

[8] Canosa R. Storia del manicomio in Italia da prima dell'Unità a oggi. Milano: Feltrinelli, 1982.

[9] Freud S. Introduzione alla psicoanalisi. Collana «I Grandi Pensatori». Torino: Bollati Boringhieri, 2012.

[10] Jaspers K. Psicopatologia generale. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2000.

[11] Clerici CA, Veneroni L. La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli di intervento. Bologna: Il Mulino, 2014.

[12] Testo proposta Patto per la Salute (2014-2016). Art. 4 Umanizzazione delle cure. http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=3819410.pdf Disponibilità verificata in data 19 gennaio 2015

Categorie: Psichiatria/Psicologia Clinica

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