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Articoli e recensioni

Lo sviluppo delle emozioni. Neuroscienza dei costrutti social-cognitivi

Pubblicato il 24 aprile 2015 alle 14.30



Introduzione_ Cenni introduttivi sui concetti di base della psicologia dello sviluppo.

La psicologia dello sviluppo intende analizzare scientificamente i cambiamenti che avvengono nell’arco della vita di un individuo, nonché i processi che li determinano. Lo sviluppo umano è caratterizzato da aspetti comuni e da aspetti differenziali. Questo vale anche per lo sviluppo emozionale, dove in prima istanza, specifici cambiamenti biologici, comuni a tutti gli uomini, rendono possibile l’emergere di una competenza emotiva. Ad esempio ogni emozione è strettamente correlata un substrato neurale specifico(1).

Inoltre, per quanto riguarda gli aspetti differenziali, anche nelle emozioni possiamo avere discrepanze tra gli individui, misurate in termini di ritmo e di stile. Le differenze di ritmo riguardano l’età di esordio di una competenza e si misurano all’interno di un campione di individui, sufficientemente ampio e rappresentativo, al fine comunque di calcolare un valore medio, significativo per l’emergere della presente abilità nella popolazione generale. Le differenze di stile riguardano le diverse modalità con le quali un individuo esprime un abilità che è comune a tutti gli uomini. Ad esempio vi sono delle differenze di genere nell’espressione delle emozioni: le bambine parlano maggiormente di aspetti emozionali, rispetto ai bambini. Pur considerando la componente genetica, in questa caratteristica v’è un importante influenza culturale: le madri parlano di aspetti emozionali più con le figlie che con i figli.

In questo contesto disciplinare, così ampio e complesso, ha trovato terreno fertile la diatriba tra “natura” e “cultura”. Nello sviluppo umano, la natura corrisponde alla maturazione dell’individuo e la cultura, all’apprendimento. La maturazione riguarda lo sviluppo biologico, sia fisico che cognitivo, che è guidato dal patrimonio genetico dell’individuo. Con apprendimento, invece, si fa riferimento a quegli eventi ambientali che modificano in maniera stabile un processo di sviluppo, sempre in termini sia fisici che cognitivi. Anche l’ambiente orienta l’individuo nel sua crescita. Con ambiente non si intende solamente quello familiare, ma si assume un ottica ampia e dinamica, ben descritta dal modello dei sistemi ecologici di Brofenbrenner (1979). Il bambino nel suo sviluppo interagisce più o meno direttamente con 4 scenari ambientali: microsistemi (es. la famiglia, la scuola…;), mesosistemi ( corrispondenti ai legami tra i microsistemi: ciò che avviene in un microsistema può influenzare l’altro), ecosistemi (es. l’impiego e le condizioni di lavoro dei genitori…;), macrosistemi (i valori sociali, le istituzioni…;).

In un ottica così complessa oggi si è concordi nel considerare una visione interazionistica, secondo la quale sia aspetti maturativi, che aspetti esperienziali, possono influire sullo sviluppo.


Generalità sulle emozioni

L’emozione si può definire come il prodotto dell’interazione tra modificazioni fisiologiche e processi psicologici. Le emozioni sono espressione di un messaggio, veicolano un segnale specifico e hanno una funzionalità adattiva (2). Nelle emozioni si può individuare un insieme di caratteristiche interagenti. A livello biologico si identificano caratteristiche fisiologiche: il sistema nervoso attiva specifiche reazioni corporee (sudorazione, tachicardia…;) ed espressioni facciali, di fronte a stimoli esterni o interni (es. il ricordo di un evento). A livello cognitivo le caratteristiche riguardano l’attribuzione di significati emotigeni agli eventi. Qui entrano in gioco aspetti motivazionali e le proprietà organizzative interne dell’individuo. Infine si identifica un livello sociale e strumentale dell’emozione, dove gli eventi acquisiscono significati emotigeni anche in relazione ai contesti e alle valutazioni intersoggettive.


Le teorie sulle emozioni

I primi studi sulle emozioni hanno rilevato soprattutto le caratteristiche statiche delle stesse piuttosto che la loro evoluzione. Strongman, nel 1978, per primo parlò di un sistema emozionale influenzato da altri sistemi, identificò emozioni primarie e ed emozioni secondarie e sostenne che la qualità di un emozione cambia, in base all’aumento della sua intensità. Strongman sosteneva anche un importante assunto: un esperienza emotigena può generare motivazione. In seguito, nel 1983, si sviluppò l’approccio funzionalista di Campos e Barrett. Secondo questi studiosi le emozioni di base sono tutte presenti sin dalla nascita, utilizzano un processo comunicativo che non ha bisogno di apprendimento sociale, sono considerate sistemi adattivi di azione. Hanno, cioè, una funzione organizzativa del comportamento sociale, dei processi psicologici interni e sono specificate in precisi atteggiamenti corporei, il tutto al fine di regolare il rapporto tra organismo e ambiente. Oggi questi elementi sono sostenuti dai principali modelli sulle emozioni.


Teoria della differenzazione e teoria differenziale

Un disaccordo invece è presente nel modo in cui le emozioni si sviluppano. I due principali punti di vista vengono espressi dalle seguenti teorie.

La teoria della differenzazione, della quale il principale sostenitore fu Bridges (1932), sostiene che tutte le emozioni si sviluppano da uno stato iniziale di “eccitazione indifferenziata”. Qualche decennio più avanti, Scroufe, che ha condotto diverse ricerche sullo sviluppo dell’empatia e sulle conseguenze dei vari tipi di “attaccamento”, riprese la teoria di Bridges e disse che è parallelamente allo sviluppo cognitivo, che si emergono e si organizzano le diverse emozioni. Il bambino apprende gradualmente ad attribuire un significato ai segnali fisiologici interni. “La stessa struttura psicologica si può manifestare in modo del tutto diverso, a diverse età, pur manifestando una sequenza prevedibile” (Scroufe, Jacobovitz, 1989). Secondo questa teoria la differenzazione delle emozioni, cioè tutta la gamma emotiva che la persona adulta conosce, originerebbe, non da un unico stato emotivo indifferenziato, ma da tre diversi “sistemi precursori”:

  • Il sistema piacere-gioia: dal sorriso endogeno(2 mesi), al sorriso sociale(3 mesi), fino al riso attivo, gioia(4 mesi)
  • Il sistema circospezione-paura: dal trasalimento e dal pianto del neonato, allo sconforto e alla sorpresa(4 mesi), verso espressioni più definite dopo i 6 mesi
  • Il sistema rabbia-collera: da segni di disagio per fame e sonno del neonato, a sentimenti di delusione, disappunto (5-6 mesi), fino alla rabbia e alla collera, dopo i 6 mesi…

La Teoria Differenziale sulle emozioni, invece distingue tra due categorie di emozioni, quelle fondamentali (o primarie) e quelle complesse (o secondarie). Le prime sono presenti anche negli animali a noi più vicini nella linea filogenetica, come le scimmie antropomorfe. Esistono fin dalla nascita o compaiono entro il primo anno di vita. Ognuna di esse dipende dallo specifico substrato neurale, che deve svilupparsi per poter permettere la nascita di quell’emozione. Le secondarie compaiono successivamente e sono presenti solo negli esseri umani. Non derivano da una differenzazione delle primarie, non originano da precursori come sostenuto nella teoria della differenzazione. Lo sviluppo delle emozioni secondarie, o meglio dei substrati neurali ad esse collegati, si completa verso i 3 anni. Tra i sostenitori della presente teoria non esiste un unanime consenso su quali siano le emozioni fondamentali, né sui criteri per identificarle. Tuttavia si fa comunemente riferimento alla classificazione differenziale di Izard (1992).

Carroll Izard è sicuramente uno dei più importanti esponenti della teoria differenziale, e quelle elencate nella tabella, sono le 9 emozioni di base da lui rilevate. Secondo Izard queste emozioni sono innate, universali e precocemente differenziate attraverso configurazioni facciali e vocali specifiche. L’espressione facciale qui è vista non solo come una risposta ad uno stimolo, ma anche come la causa di ciò facciamo ed è correlata al nostro pensiero. L’espressione dell’emozione, intesa come aspetto motorio, è maggiore nel bambino, mentre nell’adulto è spesso condizionata dall’esperienza.. Le altre emozioni, secondarie, emergeranno nel ciclo vitale quando acquisiranno un valore adattivo per l’individuo. Tra queste menzioniamo: imbarazzo, senso di colpa, vergogna, orgoglio, invidia... Izard ritiene fondamentale il corretto riconoscimento delle emozioni, anche di quelle secondarie che pur non essendo riconoscibili attraverso indicatori mimici specifici, devono esser utilmente distinte al fine del buon funzionamento sociale dell’individuo.

Lewis et al., 1989 concordano nel dire che le emozioni secondarie complesse, quali la vergogna (carenza rispetto a modelli personali o convenzioni sociali), l’orgoglio (successo) - che sono qualcosa di più rispetto a stati momentanei, in quanto possono avere conseguenze permanenti sull’autostima - per emergere necessitano della consapevolezza del sé, si raggiunge intorno ai due anni (3). Inoltre successive ricerche hanno dato un peso anche alla capacità di riconoscere e mantenere dei modelli di comportamento (questo si ottiene quando il giudizio su di sé non dipende più unicamente dalle reazioni degli altri e iniziano a sviluppasi modelli interni di riferimento), un’abilità che emerge verso la fine del periodo prescolare.


Il riconoscimento delle emozioni

Lo studio delle emozioni è stato realizzato in base all’osservazione delle espressioni e al loro riconoscimento. Sono state effettuate numerose ricerche (4) e sorte diverse tecniche di analisi che stimano l’espressione emozionale sulla base dei movimenti facciali. Le principali sono:

FACS : Facial Action Coding System, di Ekman e Frieser;

MAX : Maximally Discriminative Facial Movements Code.

Entrambe le tecniche identificano l’emozione espressa valutando la struttura e il movimento dei muscoli nelle diverse regioni del viso. Il criterio si basa sulla presenza/assenza di categorie di movimenti (es. corrugare la fronte…;). Le espressioni emotive dell’infanzia corrispondono a quelle degli adulti e presentano caratteristiche universali nella specie umana, questo suggerisce l’esistenza di legami innati tra emozioni ed espressioni facciali. Citiamo, a tal proposito, un famoso esperimento di Ekman e Frieser, svolto con le popolazioni indigene della Nuova Guinea. In tal modo potevano ritenersi estinte le possibili influenze culturali. In base ad un racconto che richiamava un emozione, i soggetti dovevano scegliere la foto che meglio la descriveva. Gli studiosi identificarono in tal modo le emozioni definibili come universali: gioia, tristezza, rabbia, disgusto, sorpresa e paura. V’è un punto di disaccordo tra gli studiosi a proposito della natura delle espressioni facciali. Secondo la teoria differenziale le espressioni facciali dei neonati indicano la presenza di un’emozione, mentre secondo la teoria funzionalista sono manifestazioni di schemi fissi di azione (5)  tramandati filogeneticamente, come il pianto e il sorriso (6).

Se osserviamo un bambino durante il suo primo anno di vita, sembra possibile comunicare con lui, perché pare esibire delle emozioni e mostrare, attraverso le sue reazioni, di comprendere quelle degli altri. Arriva un momento in cui il un bambino sorride se qualcuno gli sorride, si incupisce se qualcuno li guarda con un volto triste o accigliato, … oppure con un volto inespressivo7. I cosiddetti dialoghi emotivi, sono scambi non verbali basati su espressioni facciali e gestuali che si stabiliscono sin dall’infanzia. L’interesse precoce per il volto favorisce la capacità di riconoscere e differenziare le espressioni emotive. A 10 settimane i bambini reagiscono in maniera appropriata a 3 espressioni facciali e vocali (gioia, tristezza e collera). Già nel primo anno di vita i bambini sono in grado di riconoscere l’emozione espressa da altri (Fontana, Arcuri 1989)


La comprensione delle emozioni e l’empatia

Riconoscere non significa ancora comprendere. La comprensione e la comunicazione efficace delle emozioni avvengono quando un bambino sa esprimersi attraverso il linguaggio, tuttavia alcuni precursori di questa competenza possono essere valutati prima.

Per individuare la capacità di “percepire il sentimento altrui”, si analizza generalmente il fenomeno della ricerca del “riferimento sociale” (Social Referencing). A tal proposito citiamo un famoso esperimento di Klinnert, 1984, effettuato su bambini dai 12 e 18 mesi di fronte a un nuovo giocattolo. La novità suscita in loro incertezza, così essi rivolgono lo sguardo alla madre che, precedentemente istruita, deve o sorridere, o esprimere paura, o assumere un’espressione neutra. Nel primo caso il bambino si avvicina al giocattolo, nel secondo si avvicina alla madre, nel terzo assume comportamenti intermedi. Il referente sociale è selettivo, nel senso che deve trattarsi di una persona che susciti un adeguato livello di sicurezza. Questo fenomeno è interessante anche perché dimostra che i bambini riescono ad attribuire agli altri stati mentali e agire di conseguenza. Specialmente nelle situazioni ambigue o di fronte a stimoli nuovi e sconosciuti i bambini cercano il referente sociale per orientare il loro comportamento.

Lo sviluppo delle capacità empatiche è stato ben delineato da Hoffman (1988). L’empatia consiste nel sentire e provare la stessa emozione dell’altro e nel regolare, in funzione di ciò, il proprio comportamento. Non più al fine di tutelare sé stessi, come nel fenomeno del riferimento sociale, ma al fine di tutelare l’altro. Anch’essa sembra seguire uno sviluppo graduale. Nel primo anno d’età si può parlare di un “empatia globale” i bambini possono identificarsi con l’emozione alla quale assistono, ma involontariamente (es. sorridano se la madre gli sorride). Dal secondo anno, l’empatia viene definita egocentrica, i bambini offrono attivamente aiuto con azioni che corrispondono a ciò che essi stessi desidererebbero come conforto. Sono parzialmente in grado di prevedere le reazioni emotive degli altri e di usare questa capacità in senso pro-sociale o strumentale. Dal terzo anno si sviluppa un empatia per i sentimenti altrui, attraverso la capacità di assunzione dei ruoli, il bambino comprende la diversità dei sentimenti degli altri dai propri. Infine nella tarda infanzia, sempre nel periodo prescolare, il bambino sviluppa un empatia per la condizione esistenziale altrui. Il bambino si rende conto che i sentimenti altrui non sono necessariamente contingenti, ma possono dipendere da condizioni permanenti. L’empatia può essere provata anche verso gruppi (i malati, i poveri).

L’uso del linguaggio fa assumere agli scambi sociali, sempre più la forma della conversazione. I bambini cominciano a parlare delle proprie emozioni sin dai 18 mesi di vita, i riferimenti agli stati interiori iniziano a comparire nei loro dialoghi: prima in riferimento ai propri sentimenti e poi in riferimento a quelli degli altri e queste conversazioni danno ai genitori la possibilità di condividere con i piccoli le interpretazioni di particolari esperienze emotive. Lo sviluppo del linguaggio rappresenta un mezzo cruciale per la socializzazione emotiva.


Conclusione_ Verso uno sguardo più ampio sullo sviluppo emozionale

In questo compendio, sono state raccolte le principali teorie sullo sviluppo delle emozioni, accompagnate dai più famosi ed esplicativi esperimenti, svolti in ambito sociale. Tuttavia non è che uno spaccato storico e descrittivo sullo studio dello sviluppo emozionale.

Fondamentali studi sono stati fatti in ambito neurofisiologico8, dal secolo scorso ad oggi e promettono ancora un ampio sviluppo delle nostre conoscenze sul funzionamento emozionale. Gli strumenti utilizzati per queste ricerche sono gli studi sperimentali sugli animali, gli studi neuropsicologici su pazienti con lesioni specifiche, tecniche di neuro-imaging, e potenziali evocati visivi.

Lo sviluppo emozionale si collega bene anche al fenomeno dell’attaccamento (9), cioè a quel desiderio innato nel ricercare la protezione e la vicinanza di una figura di riferimento. Sono stati svolti numerosi esperimenti al fine di capire se un diverso tipo di attaccamento10, può influenzare l’attitudine del bambino nel manifestare le proprie emozioni. In questa sede non si intende descrivere tali esperimenti, ma sicuramente occorre confermare tale legame.

Lo studio dello sviluppo emozionale ha pertanto innumerevoli radici conoscitive e tanti ambiti di applicazione. Il tema delle emozioni è oggi tra i più dibattuti nella ricerca psicologica, ma il numero altissimo di ricerche sulle emozioni, rende necessaria una sistematica organizzazione del sapere.


NOTE  A PIE' DI PAGINA

1 Non essendo trattata, in questa sede, la prospettiva dei neurofisiologi e dei neuropsicologi in termini di sede neurale delle emozioni, cito solamente le principali localizzazioni, e gli scienziati che le hanno scoperte:

 Paura: principalmente amigdala (Morris et al., 1996; Adolphs et al., 1994; Whalen, 1998).

  • Gioia: giro temporale, lobo parietale e amigdala (Morris et al., 1996)
  • Rabbia: giro del cingolo, corteccia orbitofrontale e amigdala (Sprengelmeyer et al. 1998; Blair et al., 1999; Hariri et al.,2000)
  • Sorpresa: amigdala (Whalen, 1998)
  • Disgusto: corteccia dell’insula e corteccia prefrontale (Phillips et al., 1997)
  • Tristezza: amigdala e lobo temporale (Blair et al., 1999)

2 Darwin Charles, nell’opera “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” presenta i dati raccolti sull’espressione delle emozioni, come prove a sostegno della teoria generale dell’evoluzione della specie. L’ipotesi generale sulla quale nasce l’opera, è che le emozioni si sono evolute per assolvere a funzioni adattive (per soddisfare un bisogno o alleviare una sofferenza…;), e che i risultati di questo processo sono analoghi a tutta la specie umana e alle specie animali superiori. Un esempio efficace è l’atto di “digrignare i denti” che si riscontra nell’ animale, ma anche nell’uomo, associato all’emozione della rabbia. Originariamente aveva la funzione di spaventare l’avversario e faceva parte di una sequenza comportamentale che si concludeva con lo sbranamento del rivale. Oggi ha perso la sua funzione originaria ma è ancora associato nell’uomo agli stati interni di rabbia. Il carattere adattivo delle emozioni è così stato dimostrato per la prima volta da Darwin.

3 L’autoconsapevolezza, misurata dalla capacità di riconoscersi visivamente, è stata rilevata in un esperimento di M.Lewis e Brooks Gunn (1972). Qui bambini compresi tra i 6 mesi e i due anni di età venivano posti di fronte ad uno specchio, con una macchia rossa disegnata sul loro naso (senza che loro se ne accorgessero). Nessun bambino al di sotto di un anno di età toccò il proprio naso. Questo comportamento comparve per la prima volta a 15 mesi e nella maggior parte dei bambini al ventunesimo mese.

4 Charles Darwin, (1872) fu il primo a studiare le modificazioni della muscolatura facciale che producevano le espressioni, alla fine stabilì che le emozioni sono universali ed innate. I suoi studi, però, furono interamente svolti sugli adulti.

5 Il termine “schema fisso di azione” è ripreso dall’etologia, dove designa azioni generalmente semplici e stereotipate, innescate da alcuni “stimoli-chiave” piuttosto specifici. Alcuni autori preferiscono sostituire il termine “fisso” con il termine ”modale”, perché lo schema, soprattutto nella specie umana, può esser modificato ed esteso, reso più flessibile e propositivo, in conseguenza all’interazione con l’ambiente e nella la crescita.

6 Il sorriso insorge spontaneamente dal secondo mese di vita, tipicamente alla vista del viso di un’altra persona. Gli occhi sono lo stimolo chiave, ma inizialmente bastano anche due macchie, che il bambino identifica come occhi. E’ una funzione selezionata e mantenuta nel corso dell’evoluzione perché con esso il bambino attira l’attenzione, suscita una risposta positiva ed accresce la probabilità di essere accudito e protetto. Il pianto è una risposta più complessa. Essa è organizzata in 4 fasi, ognuna delle quali ha tempi e ritmi precisi e specifici a secondo della funzione del pianto stesso. Le cause che provocano il pianto nelle prime settimane di vita sono molto semplici: dolore, fame, limitazione dei movimenti, disagio, Questi due strumenti, divengono con la maturazione cognitiva e con la socializzazione, dei mezzi di comunicazione complessi ed efficaci, anche oggetto di strumentalizzazione, per ottenere degli scopi.

7 Da diversi studi effettuati da Cohn e Tronick, tra il 1983 e il 1989, si è constatato che un bambino anche di 2-3 mesi di età, è molto disturbato dall’immobilità facciale nei suoi scambi “faccia a faccia”. Alterna lo sguardo tra la madre e l’ambiente, sorride sempre più cautamente e alla fine si allontana; alcuni bambini entrano in uno stato di angoscia. Questo permette di comprendere alcuni effetti della depressione materna. Si è visto che la depressione dei genitori altera nettamente la natura delle interazioni con il bambino, rendendole carenti di affetti e smorzando tutti i sentimenti di allegria e di eccitazione che invece egli sperimenterebbe in condizioni normali.

8 Citiamo, tra i numerosi ricercatori che studiarono l’anatomia delle regioni del sistema nervoso implicate nelle emozioni e nel loro funzionamento :Papez 1937, McLean e Downer 1961, Le Doux 1986,... I circuiti individuati sono stati ampliati e meglio descritti da scienziati contemporanei:Morris, Adolphs, Whalen, Sprengelmeyer, Blair, Hariri, …

La teoria dell’attaccamento, origina dalle ricerche di Bowlby condotte in Inghilterra nei primi anni Sessanta.

10 Osservando il comportamento tenuto nei confronti della madre a seguito di una separazione (parliamo di bambini in età prescolare), Bowlby e Ainsworth individuarono, codificandoli, diversi modelli o stili di attaccamento: sicuro, evitante/ansioso, ambivalente/resistente, disorganizzato.

Categorie: Psicologia dello sviluppo e delle differenze individuali, Psicobiologia/Neuroscienze/Medicina

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